Una serata d’estate insolita, quella del 12 agosto 1998 all’Olympiastadion di Monaco di Baviera: il Bayern affronta una misconosciuta formazione jugoslava che risulta essere, però, la detentrice del titolo nazionale. Si chiama FK Obilić e ha sede nell’elegante quartiere di Vračar, nel centro di Belgrado. Fino al 1994, quando ha ottenuto la sua prima storica promozione nella massima serie, nemmeno in Jugoslavia era molto nota, se non fosse per il suo nome piuttosto altisonante, che si rifà a quello di Miloš Obilić, un eroe nazionale che nella celebre battaglia di Kosovo Polje del 1389 uccise il sultano Murad I. Ma, al momento della trasferta in Germania, l’Obilić si è fatto una fama sinistra nel suo paese d’origine: tutti sanno che l’uomo che possiede il club è un ex criminale di guerra di nome Željko Ražnatović, divenuto famoso con il nome di battaglia di Arkan.

Con Arkan, non si capisce dove finisca la verità e dove inizi la leggenda. In pochi anni ha saputo costruire attorno a sé un alone mitico, diffondendo numerose storie sul proprio conto non semplici da verificare. Si sa che negli anni Settanta ha girato le prigioni dell’Europa occidentale, arrestato per una serie di rapine e omicidi, riuscendo a evadere per ben due volte: per alcuni era semplicemente un criminale efferato quanto astuto, ma altre voci assicurano che fosse un killer al soldo dell’UDBA, il servizio segreto della Jugoslavia socialista. Nel 1983 aveva trasferito le sue attività criminali a Belgrado e si era ritrovato a gestire addirittura una discoteca. Poi era arrivato il calcio: verso il 1989 era stato impiegato dalla Stella Rossa prima come responsabile della sicurezza, e poi direttamente come capo del gruppo ultras Delije, con lo scopo di controllarlo per evitare conflitti e danni per la società. Lì, Ražnatović aveva costruito una sorta di esercito personale, irreggimentando i riottosi giovani di Belgrado sotto una severa disciplina e sotto i dettami del nazionalismo serbo. Furono protagonisti dei celebri scontri dello stadio Maksimir di Zagabria del 13 maggio 1990, e fu proprio Ražnatović, in seguito, a inventare la storia secondo cui quell’evento fu il punto di partenza delle guerre jugoslave.

Durante il conflitto, iniziato nel 1992, molti di questi tifosi confluirono nella Guardia Volontaria Serba, una milizia paramilitare tramite cui Ražnatović prese parte alle guerre in Croazia e in Bosnia. I suoi componenti erano noti come le Tigri di Arkan, per via del fatto che il loro comandante aveva come “animale da compagnia” un cucciolo di tigre, pare rubato da uno zoo (ma anche questa potrebbe essere una leggenda). In quei tre anni, le Tigri si resero responsabili di massacri, saccheggi e altri crimini di guerra, e quando tacquero le armi restarono al servizio del loro capo. Ražnatović si era ritrovato improvvisamente abbastanza famoso e facoltoso da poter sposare addirittura una delle più famose cantanti del paese, Svetlana Veličković, detta “Ceca”. Ufficialmente possedeva un negozio di dolciumi a Belgrado, ma di fatto era un imprenditore con le mani in pasta ovunque, in Jugoslavia, e così decise di tornare dove era iniziata la sua fortuna, vale a dire nel calcio. Già nel 1995 cercò di acquistare la Stella Rossa, ma senza successo, così si rivolse al FK Pristina, la squadra principale del Kosovo, una regione della Jugoslavia con un valore simbolico enorme per i serbi ma abitata per la maggior parte dal albanesi di religione musulmana.

È abbastanza chiaro che era stata un’operazione motivata più politicamente che sportivamente: il FK Pristina giocava dal 1991 in un campionato kosovaro autonomo, dopo avere in precedenza fatto parte di quello jugoslavo, e Ražnatović intendeva sfruttare il calcio per rivendicare la regione come parte della Serbia. Infatti, come prima cosa si occupò di estromettere dalla squadra i giocatori di etnia albanese. Questa sua avventura ebbe però una vita molto breve, e dopo i deludenti risultati iniziali decise di cambiare aria, abbandonando il club e tornando a guardare a Belgrado. Nel giugno del 1996 assunse dunque il controllo dell’Obilić, che all’epoca militava nella prima divisione jugoslava già da due stagioni. A quel tempo, il campionato aveva una struttura insolita, era diviso in due gironi – A e B – che erano di fatto due micro-divisioni interne alla massima serie: chi arrivava in fondo alla Lega A retrocedeva nella B per la stagione successiva, venendo sostituito dalle prime classificate della Lega B. Al termine di quella prima annata della nuova era di Arkan, l’Obilić riuscì a vincere la Lega B, salendo di categoria.

Arkan Tigri
Iconografia arkaniana: Ražnatović in divisa assieme alle sue milizie e al celebre cucciolo di tigre. Si tratta ovviamente di una foto di pura propaganda personale.

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, Ražnatović non aveva usato i suoi soldi e la sua influenza per reclutare nell’Obilić i migliori giocatori del paese, anzi la rosa vide pochi cambiamenti, per lo più con innesti da squadre di secondo piano. Nell’estate del 1996, il club di Belgrado ingaggiò elementi come il roccioso difensore Kuzman Babeu dalla Dinamo Pančevo, il portiere Nenad Lukić del Napredak, il centrocampista Ivan Litera dello Zemun e l’attaccante Saša Kovačević del Radnički. Anche l’estate successiva non c’erano stati veri e propri arrivi di alto profilo, e i nuovi acquisti più importanti erano stati l’ala sinistra Saša Viciknez dalla Dinamo Pančevo e il mediano Nebojša Jelenković dal RFK Novi Sad. Il vero colpo era stato l’arrivo in panchina di Dragomir Okuka, conosciuto soprattutto per i suoi anni da giocatore con il Velež Mostar, tra il 1974 e il 1985. Fu con questo assetto che l’Obilić riuscì, al termine della stagione 1997/98, a conquistare un storico titolo nazionale jugoslavo, chiudendo 2 punti davanti alla Stella Rossa e con 16 di vantaggio sul Partizan, perdendo una sola partita in tutto il campionato. Contemporaneamente, la squadra di Arkan raggiunse la finale della Coppa di Jugoslavia, dove si arrese al Partizan.

Le ragioni per cui una piccola squadra senza grandi campioni sia riuscita a ribaltare gli equilibri storici della lega sono molto dibattute. Sicuramente ebbero un grande merito alcuni acquisti azzeccati e le reti del centravanti Zoran Ranković (23 in tutta la stagione, meno solo di Saša Marković della Stella Rossa). La maggior parte delle voci attorno all’Obilić, però, parlavano di minacce da parte di Arkan e delle sue Tigri (riconvertite in dirigenti del club) verso arbitri e giocatori avversari, secondo alcune fonti addirittura verso gli stessi giocatori dell’Obilić, costretti a vincere per evitare ritorsioni. Di nuovo, è difficile capire quanto sia vero e quanto sia parte del mito violento di Arkan. Va anche considerato che il contesto del campionato jugoslavo dell’epoca era favorevole a un cambio di gerarchie. A causa della guerra appena conclusa, Partizan e Stella Rossa si erano ritrovati in difficoltà economiche ed erano costretti a cedere sistematicamente i loro migliori giocatori. Nell’arco delle tre stagioni precedenti, la Stella Rossa aveva perso elementi come Anto Drobnjak (Bastia), Dejan Petković (Real Madrid) e Darko Kovačević (Sheffield Wednesday), mentre il Partizan aveva dovuto rinunciare ad Albert Nađ (Betis), a Saša Ćurčić (Bolton) e a Savo Milošević (Aston Villa).

Tutto ciò che riguardava l’Obilić era una celebrazione della potenza della famiglia Ražnatović. Il piccolo stadio era stato tappezzato con immagini del proprietario, per lo più scattate durante le guerre degli anni precedenti, perpetrando quel mito guerriero e nazionalista come motivo di vanto invece che di vergogna. Arkan e sua moglie Ceca assistevano alle partite dalla tribuna, esibendo uno sfarzo grossolano e fuoriluogo, in un paese profondamente impoverito. Ma l’intero campionato jugoslavo è, in realtà, un gioco controllato dai gangster più influenti del paese, che possiedono i club e contrattano sui risultati delle partite. Negli stessi anni di gloria dell’Obilić di Arkan, un’altra piccola squadra ha vissuto un’imperiosa ascesa ai vertici del calcio locale, il FK Železnik. Acquistato nel 1993 dal boss criminale Jusa Bulić, è salito rapidamente dalla terza alla prima divisione, ottenendo la promozione in Lega A nel 1997, alle spalle dell’Obilić, per poi conquistare una dignitosa salvezza. Il 4 maggio 1998, Bulić viene assassinato a Belgrado, lasciando il club nelle mani del figlio: l’esecuzione di un presidente di una squadra di calcio non è una cosa insolita, nella Jugoslavia di fine anni Novanta.

La leggenda nera della squadra di Arkan ha però travalicato in fretta i confini nazionali, dopo la conquista del campionato del 1998 e la qualificazione alla Champions League, e ha costretto la UEFA a intervenire e minacciare una squalifica del club. Per questo, nel luglio del 1998 Željko Ražnatović si è dimesso da presidente, lasciando la carica a sua moglie: il club di una popstar appare molto meno sinistro del club di un criminale di guerra. Alla trasferta di Monaco di Baviera, Arkan non può partecipare: è ricercato in Germania dal 1981, quando fu arrestato per una rapina in una gioielleria di Francoforte ed evase dopo quattro giorni. In campo, i suoi ragazzi perdono 4-0, e dopo l’1-1 di Belgrado vengono eliminati dalla competizione, scendendo in Coppa UEFA, dalla quale saranno esclusi a settembre dopo un 3-0 complessivo subito dall’Atlético Madrid. La parabola della squadra di Arkan è già entrata nella sua fase discendente, anche per ragioni che con lo sport non c’entrano nulla: a febbraio è iniziata la guerra in Kosovo e, nei giorni immediatamente precedenti al ritorno contro i Colchoneros a Belgrado, la NATO ha iniziato a ventilare la possibilità di un intervento contro la Jugoslavia per porre fine al conflitto.

Murales di Arkan fuori dallo stadio del FK Obilić
I murales fuori dallo stadio del FK Obilić: alcuni sono un tributo a Miloš Obilić, altri a Željko Ražnatović.

Nel marzo 1999, la NATO incomincerà a bombardare Belgrado. A otto giornate dal termine, il campionato jugoslavo verrà interrotto, congelando le posizioni in classifica: l’Obilić, ancora imbattuto, concluderà al secondo posto, a 2 punti di distanza dal Partizan. Dovrebbe significare la qualificazione alla Coppa UEFA della stagione successiva, ma il club verrà squalificato dalle competizioni internazionali: a marzo, poco dopo l’inizio dei bombardamenti sulla capitale jugoslava, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha annunciato che Željko Ražnatović dovrà essere processato per 24 accuse di crimini di guerra e violazioni della Convenzione di Ginevra. Il calcio europeo, a questo punto, preferisce non avere nulla a che fare con la squadra di un criminale di guerra impunito. Ma Arkan non vedrà mai il carcere: il 15 gennaio 2000 verrà assassinato nella lobby dell’InterContinental Hotel di Belgrado assieme a due amici, l’imprenditore Milenko Mandić e l’ispettore di polizia Dragan Garić. Il killer sarà un poliziotto fuori servizio di 23 anni, di nome Dobrosav Gavrić. Già da tempo, il potere di Ražnatović si era eroso: molti dei suoi uomini erano stati uccisi nelle infinite guerre di mafia di Belgrado, e lui si era ridotto a vivere praticamente negli hotel del centro, sperando che nessuno sarebbe venuto ad ammazzarlo in un posto simile.

Al suo funerale parteciperanno note figure della politica e del mondo dello spettacolo jugoslavi, oltre ovviamente all’intera squadra del FK Obilić, guidata dal nuovo allenatore Dragoslav Šekularac. In estate, la formazione verrà in buona parte smobilitata, con molti giocatori che si trasferiranno all’estero. L’Obilić terminerà ancora al terzo posto in campionato nella stagione 2000/01, subendo in totale nove sconfitte, ma le sue prestazioni internazionali diverranno sempre più anonime. Dopo essere stato eliminato al primo turno dell’Intertoto 2000 dai croati del Cibalia, nel 2001 uscirà dalla Coppa UEFA contro il Copenaghen con un risultato complessivo di 4-2, e nel 2002 sarà eliminato dall’Intertoto dai finlandesi dell’Haka. Sotto la guida di Ceca, il club scivolerà sempre più in basso nella gerarchia del calcio jugoslavo.

Nel marzo 2003, la signora Ražnatović verrà arrestata con l’accusa di essere legata a un clan criminale di Zemun, alla periferia di Belgrado, e complice dell’assassinio del Primo ministro Zoran Đinđić, ucciso il 12 marzo di quell’anno da un cecchino di nome Zvezdan Jovanović, che era stato un membro della Guardia Volontaria Serba di Arkan. In casa di Ceca, la polizia troverà anche le prove che si fosse intascata i proventi delle cessioni dei giocatori dell’Obilić dei tre anni precedenti. Il processo ai suoi danni sarà lungo e difficoltoso, e si concluderà sostanzialmente con un nulla di fatto. Nel frattempo, la squadra che fu di Arkan era stata abbandonata, e nel 2006 era retrocessa in seconda divisione dopo un decennio di oscura gloria.

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Fonti

BABIC Bojan, Heroes & Villains: The Rise and Fall of FK Obilić Belgrade, Beyond The Last Man

EROR Aleks, Come la tigre Arkan riuscì a far arrivare la sua squadra in Champions League, Vice

-FOER Franklin, How Soccer Explains the World, Harper

MARIOTTINI Diego, 1998: La farsa dell’Obilić di Belgrado, Game of Goals

QADRAKU Gezim, Obilić Fudbalski Klub: il crimine sportivo di Arkan, East Journal

TRAQUET Alban, Arkan: football, guerre et mafia, L’Équipe

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