Un video che circola online: Cristiano Ronaldo e Donald Trump posano per una foto insieme, poi dal nulla arriva un pallone da calcio, e i due iniziano a giocare e correre per lo Studio Ovale. Chiaramente si tratta di un’opera della IA, ma il fatto che sia stato condiviso dallo stesso Trump sul social media Truth (che vorrebbe dire “verità”, parola che la destra occidentale ha più ormai svuotato di ogni minimo significato) lo rende in qualche modo ufficiale: un falso sì, ma d’autore. Ma cosa è più grottesco? Questo video o il fatto che Ronaldo, alla Casa Bianca a incontrare Trump, ci sia andato sul serio? Una star globale che fino a pochi giorni fa non si era mai preoccupata di schierarsi in maniera netta su temi politici ha improvvisamente deciso di prestarsi, anima e corpo, alla propaganda di un governante fascista. Ronaldo alla stregua di Zuckerberg e Bezos. Per anni si è detto che figure di questo calibro, in particolare i grandi idoli pop come cantanti e atleti, farebbero meglio a evitare di collocarsi politicamente, per non alienarsi parte del proprio pubblico, e invece oggi qualcosa è evidentemente cambiato.

Il percorso di avvicinamento di Cristiano Ronaldo a Trump è iniziato per lo meno qualche mese fa, come ho raccontato su Domani, ma quali motivi lo abbiano spinto a esporsi così restano in gran parte un mistero. Molti hanno sottolineato l’interesse del Presidente nell’incontrare la più grande stella del calcio mondiale (e Messi? Beh, l’argentino ha 509 milioni di follower su Instagram, mentre Ronaldo 668: mediaticamente, non c’è sfida). Trump sta facendo di tutto per dipingersi come un “uomo di calcio”, per pubblicizzare i Mondiali della prossima estate e assicurarsi che siano un successo: un grande Mondiale americano serve a consolidare la narrazione di un Trump che sa solo collezionare trionfi, come un moderno Re Mida. Una necessità ancora più pressante nel momento in cui, nella realtà, le sue azioni politiche si stanno rivelando più disastrose che miracolose, come dimostrano la questione dei dazi o le ambiziose trattative di pace per i principali conflitti sul pianeta. Tutte queste considerazioni, però, sottovalutano una cosa: a inizio novembre, era stato per primo Cristiano Ronaldo, durante un’intervista con Piers Morgan, a fare un endorsement a Trump e a dire che avrebbe avuto piacere di incontrarlo.

Per quanto ne sappiamo, dunque, è stato l’attaccante portoghese a fare il primo passo. Sicuramente, il suo ruolo di ambasciatore dell’Arabia Saudita è stato fondamentale, dato che la scorsa settimana il viaggio a Washington è stato al seguito di Mohammed bin Salman. Eppure, già lo scorso maggio c’era stato un meeting simile, anche se a Riyadh, e di Ronaldo non c’era stata neppure l’ombra: se il potere saudita avesse avvertito la necessità di sfruttare il suo prestigioso testimonial, perché non fargli incontrare Trump già allora? Possiamo pensare che il valore mediatico di una visita di Ronaldo alla Casa Bianca sia maggiore rispetto a un incontro in Arabia Saudita, ma tutto sembra in realtà propendere per il fatto che il meeting del 18 novembre sia stato organizzato per esplicita richiesta del calciatore, le cui istanze si sono trovate ben allineate con le necessità di propaganda delle altre due parti in causa. È quindi necessario riconoscere che Cristiano Ronaldo non è stato “usato” dalla politica, ma è stato un attore e un promotore attivo di questo avvenimento.

Il portoghese non è solo un grande calciatore, ma anche un eccezionale imprenditore, e come molti grandi imprenditori ha infine deciso di salire con entrambi i piedi sul carro di Trump. Forse sente avvicinarsi la fine della sua carriera da atleta (farà 41 anni a febbraio, e nel 2027 scadrà il suo contratto con l’Al-Nassr) e sta pensando a cosa farà in seguito, magari sognando una carriera diplomatica vera e propria, e non più solo metaforica. Infatti, su Instagram ha poi ringraziato Trump dicendo: “Ognuno di noi ha qualcosa di significativo da dare e sono pronto a fare la mia parte”. Una candidatura in piena regola, in cui l’attaccante fa riferimento anche all’ispirare i giovani e alla necessità di costruire “una pace duratura”, seguendo la linea che aveva presentato nell’intervista con Morgan, in cui aveva definito Trump “una delle persone che possono cambiare o aiutare a cambiare il mondo”. Sposa così in pieno la retorica del Presidente-uomo-di-pace, evidentemente ignorando che, in contemporanea, Trump sta fomentando una possibile guerra con il Venezuela.

Cristiano Ronaldo, Georgina e Donald Trump
Ronaldo e sua moglie Georgina Rodríguez assieme a Trump con la chiave d’oro della Casa Bianca: un dono del Presidente, disegnata da Trump in persona. In precedenza, altre erano state donate a personaggi come Elon Musk e Benjamin Netanyahu.

Lo scorso giugno era successo qualcosa di simile. All’inizio del Mondiale per Club, Trump aveva ospitato nello Studio Ovale i giocatori della Juventus, li aveva fatti schierare alle sue spalle come belle statuine ed era partito in quarta con un discorso di pura propaganda fascista, con il benestare del presidente della FIFA. Ovviamente, a differenza di Ronaldo, nessun giocatore bianconero aveva fatto pressioni per partecipare a quella farsa, organizzata da Infantino ed Elkann a uso e consumo di Trump. In quell’occasione, Daniele Manusia scrisse sull’Ultimo Uomo che si era trattato di un’umiliazione per tutto lo sport: “Non è solo il contrasto tra la forma sempre più sciatta, sbrindellata, ridicola, cringe con cui il potere si mostra a noi, ma è la violenza con cui nega qualsiasi valore che non sia il potere stesso che contrasta con i valori profondi dello sport”. E i giocatori della Juve, immobili alle spalle di questo novello Grande Dittatore – ridicolo e tremendo quanto se non più di quello chapliniano – sono “una dichiarazione implicita di impotenza e sottomissione di un sistema che dimentica i propri valori, la propria ragion d’essere”.

Ma la forza di Trump sta proprio in questo: grande affabulatore, un mercante del tempio capace di portare dalla sua parte tutti coloro che sono assetati di denaro e potere, facendogli credere che la sua amicizia farà bene a entrambi. E invece, senza che se ne accorgano, ne succhia il sangue, li prosciuga e li consuma, a vantaggio unicamente proprio. Da questo sempre più stretto rapporto con Trump, il calcio ne sta uscendo malissimo. Come si era scritto qui mesi fa, la foto dei giocatori della Juventus alla Casa Bianca rimarrà nella Storia, e la Storia non sarà clemente nel ricordare i giocatori e i dirigenti che hanno permesso quello scempio (perché, ne sono convinto, la Storia non sarà affatto clemente con Donald Trump in primo luogo): qualsiasi vantaggio Elkann e la sua Stellantis ne possono aver tratto, sarà solo sul breve periodo. È legittimo avere dei dubbi su queste previsioni, ma basta guardare cosa sta succedendo a Gianni Infantino per capire a cosa conduce l’amicizia con Trump.

Da circa un anno a questa parte, ogni incontro tra i due diventa un’occasione in cui il Presidente degli Stati Uniti umilia pubblicamente quello della FIFA, trattandolo come un re medievale trattava un proprio giullare. Davanti all’imbarazzo di Infantino nello spiegare che il travel ban non sarà un problema per i Mondiali negli Stati Uniti (lo sarà, almeno per i tifosi di Iran e Haiti), lo scorso giugno Trump era intervenuto dicendo “Gianni nemmeno sa cosa sia il travel ban. Lo sai, che cosè?”, con il capo della FIFA che rideva, come ride il ragazzo umortificato dal bullo della scuola, fingendo di stare al gioco, perché tra amici si scherza, anche in maniera un po’ pesante. Trump aveva promesso che non avrebbe ostacolato l’organizzazione del torneo e la libera circolazione dei tifosi, e invece lo sta facendo e la FIFA, semplicemente, lo accetta, supinamente. Ha detto che, se alcune città (governate dai Democratici) non saranno da lui ritenute “sicure”, allora sposterà le partite altrove, nonostante tutti i soldi già investiti per l’evento: qualche mese fa, il vice presidente della FIFA Victor Montagliani aveva risposto che non toccava a Trump prendere simili decisioni. Ma martedì scorso Infantino ha ammesso che, se il Presidente lo richiederà, le sedi del Mondiale potrebbero essere cambiate. “È meraviglioso che il presidente della FIFA consenta volentieri che i suoi tornei si svolgano in una qualsiasi autocrazia violenta, ma potrebbe dover tracciare un limite a Boston” ha commentato con magistrale arguzia Marina Hyde sul Guardian.

A questo aggiungiamoci il recentemente annunciato Premio per la Pace, l’ultima bizzarra trovata di Infantino, che verrà consegnato il 5 dicembre durante il sorteggio dei gironi dei Mondiali e che, a detta di tutti, dovrebbe andare proprio a Trump per compensarlo del mancato Nobel. Riesce veramente difficile immaginare un’altra figura del mondo dello sport così ridicolmente sdraiata ai piedi di un politico. Peggio addirittura di Stanley Rous, il presidente della FIFA che negli anni Sessanta e Settanta si fece in quattro pur di proteggere il Sudafrica dalle sanzioni dovute all’apartheid. Non stupisce, allora, che Infantino sia preso da una bulimia di riforme orientate tutte al medesimo obiettivo: più tornei, sempre più grandi. Il nuovo Mondiale per Club, l’aumento del numero delle partecipanti alla Coppa del Mondo per squadre nazionali (saranno 48 nel 2026, ma per il 2030 vorrebbe portarle addirittura a 64), forse pure un Mondiale ogni due anni, e ovviamente sempre più paesi organizzatori (nel 2030 saranno in tutto sei). Tutte queste cose servono ad aumentare la rete clientelare di Infantino e garantire che rimanga al potere, mentre nel frattempo la sua popolarità è in caduta libera anche a causa del suo rapporto con Trump.

Donald Trump e Gianni Infantino con la Coppa del Mondo
La storia d’amore che ha commosso il web.

Infantino ha barattato il proprio ruolo, e anche la propria dignità politica e umana, per avere il privilegio di far parte della corte del Presidente americano. E Cristiano Ronaldo è solo l’ultima grande figura internazionale che brama di aggiungersi a questa schiera, sedotto dall’idea di un potere che è – per dirla alla Pasolini – puramente anarchico: fa ciò che vuole, senza curarsi di nulla, né delle leggi né dei principi morali, neppure del rispetto per sé stesso. È questo il vero paradigma che la nostra società, e lo sport che la rappresenta, sembra voler adottare. L’estate prossima si terrà un Mondiale che, secondo la FIFA, sarà aperto a tutti e unirà il mondo, mentre alcuni tifosi non potranno nemmeno entrare nel paese a causa del travel ban e altri correranno il rischio di venire arrestati dall’ICE e spediti in un lager a El Salvador. Ronaldo farà la sua ultima passerella internazionale, probabilmente titolare obbligatorio in un Portogallo che ormai gioca meglio senza che con lui, e c’è già chi, sui social, ipotizza che gli si dovrà in qualche modo far vincere la coppa.

Lo scenario è quello di un calcio al capolinea, consumato dall’ingordigia del potere e trasformato in una scatola vuota, perché tutto ciò che c’era al suo interno è stato cavato fuori: non rubato, ma gettato tra i rifiuti. E, su questo percorso, il mondo del calcio ci si è incamminato di buon grado, senza che nessuno lo abbia obbligato.

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Una replica a “Il calcio riuscirà a smettere di farsi umiliare da Trump?”

  1. Penso che il caso Ronaldo dimostri chiaramente che aveva ragione Banksy: quando dici di essere neutrale, stai dicendo di essere dalla parte del più forte. Questo basta fintanto che il più forte, o in questo caso sarebbe il caso di dire il più prepotente, non ti chiede di prendere pubblicamente le sue parti: allora, sei prontissimo a schierarti. Posso aggiungere che schifo?

    Riguardo la miopia di Elkann… non credo che abbia a cuore l’idea che se ne farà la storia. Uomini di quella fatta capiscono solo il bilancio.

    Infine, per carità, il Nobel per la Pace Trump non l’ha vinto, ma direi che il comitato che lo assegna ha offerto una decisa sponda alla sua politica sul Venezuela.

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