Da Cape Town si saliva su un’imbarcazione e si veniva condotti su un’isolotto 13 km più a nord della costa. Si attraccava a Murray Bay, nella parte settentrionale dell’isola, e da lì caricati su un mezzo motorizzato per compiere il breve tragitto verso la prigione. Da quando, secoli prima, erano arrivati gli europei, Robben Island era praticamente sempre stata un carcere, ma dal 1961, con il National Party al potere, un’ampia ala della struttura era stata destinata ai prigionieri politici. Costretti a spaccare le rocce nella vicina cava, quando non segregati in isolamento; picchiati dalle guardie, umiliati dalle ispezioni corporali, denutriti. Era il luogo in cui venivano relegati e dimenticati coloro che osavano opporsi al regime dell’apartheid, uomini senza speranza. Eppure avevano un pallone, formavano delle squadre, giocavano: all’interno del carcere avevano costruito un mondo parallelo in cui il calcio li rendeva liberi.
L’idea di trasformare Robben Island in un luogo in cui confinare i prigionieri politici neri era stata del governo di Hendrick Verwoerd, che aveva codificato l’apartheid nel dopoguerra. La segregazione razziale non era stata accolta con leggerezza dalla maggioranza nera, che si era presto organizzata per opporsi: nel 1959 era stato creato il Pan Africanist Congress (PAC), che il 21 marzo 1960 aveva portato in strada migliaia di persone nella città di Sharpeville per protestare contro il regime bianco e la Pass Law, che obbligava i neri a munirsi di uno speciale lasciapassare per poter circolare liberamente nei quartieri dei bianchi. Il governo mandò la polizia a sparare sui manifestanti, uccidendone 70. Per evitare altre proteste, Verwoerd decise che i contestatori e i leader dell’opposizione nera andavano incarcerati e isolati dal resto della loro comunità. Nel 1963 la polizia arrestò in una fattoria di Rivonia, vicino Johannesburg, un gruppo di attivisti appartenenti a uMkhonto weSizwe, il braccio armato dell’African National Congress (ANC), e pochi mesi dopo tutti vennero inviati a Robben Island, in uno dei processi simbolo della repressione politica in Sudafrica.
I prigionieri erano costretti a vestire solo pantaloncini corti, un modo per sottolineare che erano come dei ragazzini, e che quindi dovevano obbedire e comportarsi bene. Ogni mattina dovevano prendere dei sandali da una pila, e raramente si riuscivano a trovare calzature della propria misura, a volte non era possibile neppure averne una destra e una sinistra. Dovevano costruirsi da soli le proprie baracche con la pietra estratta dalla cava, e sull’isola non potevano fare nulla. Ma stare tutti insieme finì per creare una comunità, e consentì di organizzarsi politicamente anche all’interno della mura della prigione. Già nel 1964 gli ospiti di Robben Island presero a protestare per il loro diritto a leggere libri, a studiare, e a poter avere degli spazi ricreativi. A dicembre di quell’anno, decisero di usare i canali previsti per le lamentele rivolte alle autorità della prigione per subissarle con la stessa richiesta: il diritto di poter giocare a calcio. Non ricevettero nessuna risposta, ma andarono avanti fino al 1967, quando infine scelsero di ricorrere allo sciopero della fame. Dovette intervenire la Croce Rossa per convincere le autorità di Robben Island a lasciar giocare i prigionieri.
La convinzione era che si sarebbe trattato solo di un passatempo momentaneo: gli ospiti del carcere non erano nelle condizioni fisiche e psicologiche di poter giocare regolari partite, pensavano i bianchi. Invece, quegli uomini volevano fare le cose in grande. Dikgang Moseneke, militante del PAC che studiava legge nel tempo libero, 20 anni e in carcere da cinque, fu incaricato di redigere lo statuto dell’associazione che organizzava il campionato, e per questo ottenne di poter consultare il regolmento ufficiale della FIFA. Assieme ad altri collaboratori si occupò di mettere in piedi una struttura che non permetteva solo di giocare a pallone, ma anche di stilare un calendario, formare gli arbitri, tenere conto di classifiche, statistiche e punizioni disciplinari. Chiamarono la loro organizzazione Makana Football Association, dal nome di un guerriero xhosa che combatté contro i britannici a inizio Ottocento: arrestato e incarcerato a sua volta a Robben Island, nel 1820 organizzò la fuga di una trentina di prigionieri neri, che finirono quasi tutti annegati in mare.
L’interesse per prendere parte alla competizione era così grande che si poterono formare fin da subito otto squadre, i cui giocatori scelsero il nome e realizzarono le proprie divise. Non ricevettero alcun supporto dalle guardie, così dovettero investire i pochi guadagni ottenuti lavorando nella cava per comprare i tessuti. Altri volontari diventavano arbitri – che dovevano però sostenere un’esame scritto per ottenere l’incarico, come previsto dalle regole della FIFA – mentre chi non se la sentiva o non era abbastanza bravo per giocare divenne un tifoso. Solo agli ospiti più temuti dai bianchi – quelli che avevano un ruolo riconosciuto di leadership nel movimento anti-apartheid – venne precluso di poter giocare o anche solo assistere alle partite: Govan Mbeki, Walter Sisulu, Nelson Mandela e Ahmed Kathrada, esponenti di spicco dell’ANC che erano stati condannati nel processo di Rivonia, erano detenuti in isolamento, e di lì a pochi anni sarebbe stato costruito anche un muro per impedirgli di osservare gli incontri dall’unica finestra delle loro celle.
In pochissimo tempo, la Makana Football Association arrivò a organizzare contemporaneamente tre divisioni, con titoli, promozioni e retrocessioni. Ma il più grande risultato che il calcio a Robben Island riuscì a raggiungere fu il fatto di aver posto le basi per un’alleanza tra l’African National Congress e il Pan Africanist Congress. Entrambi partiti anti-apartheid, il PAC era stato creato da Robert Sobukwe staccandosi dall’ANC e allontanandosi dalle posizioni comuniste e multietniche, per abbracciare l’idea nazionalista di un Sudafrica esclusivamente nero africano. Attraverso il calcio, le due formazioni avevano potuto trovare un terreno d’incontro e avevano iniziato a collaborare. Quasi a simboleggiare il valore di questa alleanza politica, il campionato vide emergere come sua forza principale il Manong FC – dove giocava quello che era probabilmente il miglior calciatore di Robben Island, Tony Suze – una squadra che accettava nei suoi ranghi giocatori a prescindere dal partito in cui militavano, che era il principale discrimine all’interno della comunità della prigione.
La Makana Football Association si espanse fino a trasformarsi, all’inizio degli anni Settanta, in una federazione sportiva a più ampio raggio, iniziando a organizzare anche un campionato di rugby e un torneo di tennis, in campi realizzati autonomamente dai prigionieri. Al culmine del suo successo, la questa comunità politico-sportiva, per quanto segregata e isolata dal resto del mondo, arrivò a mettere in piedi una propria versione dei Giochi Olimpici per l’estate del 1972. Poi, nel 1973 il fenomeno iniziò a smorzarsi: molti prigionieri erano stati rilasciati – come Moseneke, che divenne avvocato e assistette Winnie Madikizela, la moglie di Mandela – mentre quelli rimasti stavano invecchiando e non potevano continuare a giocare come un tempo, viste anche le condizioni di salute precarie dei detenuti di Robben Island. A quel punto sembrava che il sogno del campionato di calcio dentro la prigione del regime stesse per tramontare, e invece arrivò la rivolta di Soweto e, con essa, una nuova ondata di repressione. A partire dal 1976 il carcere si riempì nuovamente di giovani militanti, che finirono di conseguenza per dare nuova linfa al torneo e rilanciare il progetto.
Solo verso l’inizio degli anni Ottanta, complici le pressioni internazionali che spinsero il National Party ad ammorbidire alcune delle sue politiche, ai famigliari dei prigionieri fu permesso di donare alla Makana FA del materiale sportivo vero e proprio, come scarpini, palloni e anche fischietti da arbitri. Fino a quel momento si erano organizzati con palloni di stracci e giocando a piedi nudi. A occuparsi di portare il materiale a Robben Island fu Judy, la moglie di Tokyo Sexwale, un militante dell’ANC che si era laureato in Economia studiando per corrispondenza mentre si trovava in prigione. Il campionato poté così proseguire fino al 1990, quando il Presidente Frederick de Klerk firmò per la scarcerazione di gran parte dei detenuti di Robben Island, in uno storico momento di svolta nella storia del Sudafrica. Nel giro di pochi mesi il regime dell’apartheid sarebbe stato finalmente smantellato, e ai neri sarebbe stato permesso di votare al pari dei bianchi.

Nell’aprile del 1994, alle prime libere elezioni del paese, l’ANC ricevette il 62,6% dei voti e Nelson Mandela venne eletto Presidente della Repubblica. Dikgang Moseneke, che era stato il primo presidente della Makana FA, fu una delle persone scelte per redigere la nuova Costituzione sudafricana, e in seguito fu nominato prima vice-presidente (nel 2005) e poi presidente (nel 2013) della Corte Costituzionale. All’arrivo della democrazia, Sexwale venne eletto Primo Ministro della provincia di Gauteng, mentre Steve Tshwete – che era stato il principale organizzatore del campionato di rugby – fu prima Ministro dello Sport e poi, dal 1999 al 2002, Ministro della Sicurezza. Jacob Zuma, che era stato inizialmente un difensore della squadra dei Rangers e poi un arbitro, venne eletto nel 2009 Presidente del Sudafrica per l’ANC, restando in carica fino al 2018. Durante la sua presidenza, il paese ha ospitato i Mondiali di calcio del 2010, un anno dopo che il presidente della FIFA Sepp Blatter gli aveva consegnato un attestato che certificava il suo ruolo di arbitro di calcio.
Nel 2009, infatti, la FIFA ha conferito un riconoscimento onorario alla Makana Football Association in quanto federcalcio ufficiale, riconoscendone il ruolo pionieristico svolto nel primo paese africano a ospitare la Coppa del Mondo. L’enorme mole di documenti prodotti dall’associazione nel corso degli anni, raccolta in circa settanta scatoloni, si è rivelata fondamentale per rendere nota la storia segreta del calcio a Robben Island: a partire dal 1993, lo storico statunitense Charles Korr ha studiato con cura questi eccezionali archivi, su cui è basato il libro da lui scritto assieme a Marvin Close Molto più di un gioco. Il calcio contro l’apartheid, pubblicato nel 2009 (e nel 2010 in Italia da Iacobelli). “Il calcio è ciò che ci ha tenuto in vita” ha testimoniato nel 2007 alla FIFA Tokyo Sexwale.
Foto di copertina: L’unica immagine di una partita della Makana Football Association. Fu scattata da alcune guardie della prigione di Robben Island nel 1969, allo scopo di diffonderla per scopi propagandistici, così da dimostrare che i prigionieri erano detenuti nel rispetto dei diritti umani.
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Fonti
–BELL Steven, The Football Association That Changed the World, These Football Times
–DALL Nick, A way of saying ‘we shall overcome’: Playing football on Robben Island, Al Jazeera
–Il campionato di Robben Island, La Repubblica
–LONGMAN Jeré, Origins of Tournament in an Infamous Prison, The New York Times







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