Nel gennaio del 2025 la milizia M23 ha preso il controllo di Goma, la principale città del Nord Kivu, una provincia orientale della Repubblica Democratica del Congo. Solo in quei giorni si è iniziato timidamente a parlare anche qui in Europa di un conflitto che va avanti ufficialmente dal 2022, ma che in realtà è in corso almeno dal 2004. Non è un segreto per nessuno che il M23, che è composto principalmente da congolesi di etnia tutsi, sia direttamente appoggiato dal vicino Ruanda, che è interessato dalle ingenti risorse minerarie della regione. Nonostante le accuse del governo di Kinshasa e le conferme del coinvolgimento ruandese da parte dell’ONU, la comunità internazionale non sembra avere alcun concreto interesse ad agire contro Kigali. Questo perché negli ultimi vent’anni il suo governo è riuscito a stabilire solidi rapporti diplomatici e commerciali in tutto il mondo, dall’Europa al Medio Oriente, usando in particolare lo sport come strumento di soft power.
Oggi basta dare uno sguardo alla Champions League per rendersene conto. Tre dei club più importanti d’Europa – Arsenal, Bayern Monaco e Paris Saint-Germain – portano sulle proprie maglie il marchio di Visit Rwanda, una campagna promozionale del Ministero del Turismo di Kigali. Il settore turistico è uno dei traini del miracolo economico ruandese: tradizionalmente conosciuto come uno dei paesi più poveri al mondo, dal 2000 al 2024 è cresciuto a una media del 2,35%; nel solo 2021, la crescita del PIL è stata del 10,9%. Il Ruanda offre strutture d’accoglienza di lusso, sfruttando in particolare i suoi straordinari paesaggi e la ricca fauna. La capitale Kigali è stata trasformata in una città modernissima, pulita ed efficiente, oggi una delle metropoli più importanti del mondo degli affari africano. La popolazione è raddoppiata in vent’anni, l’età media è inferiore ai 23 anni, il reddito medio è in costante crescita (tanto che i piani del governo sono di raggiungere lo status di paese ad alto reddito entro il 2050) e sono stati fatti enormi passi avanti sul fronte dei diritti delle donne. Tutti questi progressi hanno una firma: Paul Kagame.
Ruandese di etnia tutsi, cresciuto in esilio in Uganda, Kagame ha fatto carriera come militare nel suo paese d’adozione: fin da giovanissimo ha combattuto agli ordini di Yoweri Museveni, contribuendo a rovesciare il regime di Milton Obote. Asceso alla guida del Rwandan Patriotic Front, nel 1994 ha posto fine al genocidio dei tutsi da parte degli huti, riportando l’ordine nel paese. È stato nominato vicepresidente e Ministro della Difesa, e dal 2000 è ininterrottamente Presidente del Ruanda. È decisamente il politico africano che piace di più in Occidente: è un liberale, un eroe che ha fermato uno dei più shockanti genocidi della storia recente, sta facendo progredire a vista d’occhio il benessere nel paese, e per le sue posizioni nei confronti dei diritti delle donne è visto come un progressista democratico, una rarità in Africa. Però c’è anche un altro Paul Kagame. È il politico autoritario che reprime il dissenso e che è accusato di aver organizzato il rapimento e l’assassinio dei suoi avversari politici, l’imperialista che sta espandendo la propria sfera d’influenza sui paesi vicini con ogni mezzo, dalla Repubblica Centrafricana alla Repubblica Democratica del Congo.
Storicamente supportato da praticamente tutto l’arco politico britannico, Kagame ha individuato nell’Arsenal – club molto popolare non solo tra i tifosi britannici, ma soprattutto nella comunità afrodiscendente londinese – uno dei partner preferenziali del progetto Visit Rwanda. Non sorprende allora che nel 2024 il governo conservatore di Rishi Sunak abbia proposto un controverso piano per deportare gli immigrati illegali proprio in Ruanda. L’accordo con il PSG ha invece ben altre ragioni strategiche: il club francese è di proprietà del governo del Qatar, che sta al contempo finanziando i lavori d’ampliamento dell’aeroporto internazionale di Kigali. Ruanda e Qatar sono strettamente alleati sul fronte del potenziamento del turismo nel paese africano, e la compagnia di volo di Doha – Qatar Airways – detiene il 60% delle quote dell’aereoporto e sta per acquistare il 49% della compagnia aerea Rwandair. Infine, con la Germania – paese d’origine del Bayern Monaco – Kagame ha rapporti in costante crescita, come dimostra l’annuncio di investimenti per 98 milioni di euro nel paese africano da parte del governo di Berlino. Tuttavia, se Arsenal e PSG sono rimasti sordi alle richieste congolesi di interrompere i rapporti col Ruanda, il Bayern ha confermato a inizio febbraio 2025 di stare valutando il futuro dell’accordo, ufficialmente in scadenza nel 2028.

A livello calcistico, il Ruanda è ancora profondamente indietro rispetto alla media dei paesi africani: ha partecipato una sola volta alla Coppa d’Africa (nel 2004), non ha grandi stelle e la maggior parte dei suoi giocatori milita nel campionato locale. Nei progetti di Kagame, però, tutto ciò potrebbe presto cambiare. Negli ultimi anni il suo governo ha investito molto nello sviluppo di progetti per la diffusione del calcio nelle scuole e nella costruzione di nuove infrastrutture sportive, come il rinnovato stadio Amahoro di Kigali, inaugurato nell’agosto 2024 dopo un investimento da 165 milioni di dollari. I lavori sono stati eseguiti dalla società turca Summa, e hanno implicitamente aperto la strada per la firma di accordi commerciali e strategici tra i due paesi: lo scorso gennaio, Kagame ha incontrato Erdoğan ad Ankara per discutere di investimenti nei settori delle telecomunicazioni, dell’aviazione e della difesa. Ma la collaborazione sportiva non si limita al calcio: nel settembre 2024 in Ruanda si è tenuto un importante torneo di golf sponsorizzato proprio da Turkish Airlines.
Kagame non si sta infatti muovendo solo attorno al football. La Kigali Arena ha ospitato finora tutte le quattro finali della Basketball Africa League – il più importante torneo continentale di pallacanestro maschile, che gode del sostegno della NBA – e l’edizione del 2021 del Campionato africano maschile per selezioni nazionali. Negli ultimi anni la competizione ciclistica del Tour du Rwanda è diventata sempre più importante a livello internazionale, come dimostra l’edizione del 2021, vinta dallo spagnolo Cristián Rodríguez (primo europeo e secondo non africano a vincere la corsa) e con podio e vincitori delle quattro maglie tutti provenienti da paesi occidentali. Questo successo del Tour ha portato all’assegnazione al Ruanda del Mondiale di ciclismo su strada del 2025, che per la prima volta sarà dunque organizzato in un paese africano. Il prossimo passo in questo ambizioso progetto di conquista dello sport globale comprende la Formula 1: lo scorso dicembre Kagame ha annunciato la candidatura del suo paese per ospitare un Gran Premio dal 2026, ponendosi in competizione con il Sudafrica. È però proprio il Ruanda ad apparire come grande favorito per l’assegnazione, dopo ad aver già ospitato i premi della FIA a fine 2024.
Tutto ciò ha portato molti media internazionali a parlare esplicitamente di “sportwashing ruandese”, e sulla stessa linea si pone un articolo dello scorso gennaio di Giacomo Capicciotti, Dottore in Mediazione linguistica e culturale all’Università degli Studi di Milano. Questi investimenti nello sport servono chiaramente ad aumentare la “visibilità positiva” a livello globale del Ruanda, mascherando le accuse di violazioni dei diritti umani e di imperialismo mosse nei confronti del governo di Kagame. Proprio quest’anno, con l’arrivo del Mondiale di ciclismo e la campagna per ottenere il Gran Premio del 2026, stiamo assistendo a un aumento dell’intensità degli attacchi del M23 nel Nord Kivu: solo nella presa di Goma sarebbero morte circa 3.000 persone, con decine di migliaia di rifugiati. Negli scorsi giorni, la milizia tutsi congolese ha giustiziato tre bambini nella città di Bukavu, durante un’esecuzione sommaria. Ma l’espansione del Ruanda non si limita alla RD Congo: in questi anni Kagame è intervenuto militarmente come “forza di peacekeeping” nella Repubblica Centrafricana e nel Mozambico, ed è opinione comune che il suo obiettivo sia quello di tenere in piedi i fragili governi locali, garantendosi il controllo delle loro risorse minerali.
Le strategie di Kigali hanno però anche altre prospettive. A ben vedere, il miracolo economico ruandese è dovuto in gran parte ai numerosi aiuti stranieri seguiti al genocidio del 1994: nel 2023 essi ammontavano all’8,3% del PIL. Il paese cresce, ma non in maniera omogenea, e nelle zone rurali la povertà è ancora estrema, con il divario tra la minoranza benestante e quella più umile che è in aumento. Alla lunga, le fragilità del sistema finiranno per emergere: il Ruanda è il paese più densamente popolato dell’Africa, la sua popolazione è in crescita e la sua produzione agricola non può sostenere il ritmo di questo sviluppo. Ecco perché Kagame sta investendo tanto nello sport: ottenere visibilità internazionale e stringere partnership con importanti paesi stranieri (Stati Uniti, Turchia, Regno Unito, Qatar, ma anche Russia, Arabia Saudita e Cina) così da diversificare la propria economia e renderla indipendente dagli aiuti esteri.

Il calcio resta comunque il settore favorito dal Presidente ruandese. Kagame è un appassionato di pallone, e in particolare del calcio inglese: dietro l’accordo con l’Arsenal c’è anche il suo ben noto tifo per i Gunners, che non manca di rendere pubblico con commenti alle partite sui social network. Nell’aprile del 2024 ha approfittato di un incontro a Londra con l’allora Primo Ministro Sunak per andare a seguire Arsenal-Bayern Monaco (una sorta di derby ruandese) in Champions League. Ma soprattutto ha stretto un solido rapporto con il Presidente della FIFA Gianni Infantino, che nel febbraio 2021 ha inaugurato il primo storico ufficio dell’organizzazione a Kigali. Nel marzo del 2023, la FIFA ha annunciato un grande progetto di sviluppo del calcio locale, con un investimento di 4,7 milioni di dollari. Negli stessi giorni, inoltre, la capitale del Ruanda ospitava il 73° Congresso della FIFA, durante il quale Infantino è stato rieletto alla guida dell’associazione: si è trattato della prima volta in cui un congresso elettivo della FIFA si è svolto in Africa.
L’influenza sport-politica di Paul Kagame va dunque ben aldilà di una scritta sulla manica di una maglietta o dell’organizzazione di qualche importante competizione. Il suo governo sta mutuando bene, su scala ridotta, gli insegnamenti di paesi economicamente molto più potenti come Russia, Qatar e Arabia Saudita: lo sport come strumento di propaganda, diplomazia e finanza, tra guerre e violazioni dei diritti umani. Ma sempre e solo sport inteso in senso collaterale, perché a livello tecnico il Ruanda resta un paese marginale: i club locali sono scarsamente competitivi sia nel calcio che nel basket a livello continentale, e lo stesso si può dire delle selezioni nazionali. La squadra ruandese è attualmente in testa al proprio gruppo di qualificazione ai Mondiali di calcio del 2026, ma mancano ancora diverse partite, e nel girone sono presenti selezioni molto meglio attrezzate, come Sudafrica e Nigeria. Non sono i risultati ciò che contano, ma tutto quello che gli sta intorno.
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