La FIFA oggi è tutto fuorché un attore indipendente e super partes nello scenario geopolitico globale. In queste prime settimane del 2025, Gianni Infantino si è completaente sdraiato sulle posizioni del nuovo Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, confermando la sua preoccupante evoluzione da dirigente sportivo progressista a grottesco populista. Avvicinatosi a Trump in occasione dell’assegnazione dei Mondiali del 2026 ai tre paesi del Nord America, il capo della FIFA ha finito per diventare uno dei più fedeli partner del leader di estrema destra americano, consolidando questa partnership negli ultimi mesi. Abbiamo visto Infantino trasmettere un video-messaggio di Trump prima dell’assegnazione ufficiale dei Mondiali del 2030 e del 2034; poi il presidente della FIFA ha fatto aprire il sorteggio del Mondiale per Club del 2025 a Ivanka Trump e a suo figlio Theodore; infine abbiamo ritrovato Infantino invitato, in via del tutto eccezionale, alla cerimonia d’inaugurazione della nuova amministrazione USA. Ma questa deriva politica non viene senza un prezzo da pagare.
Infantino ha cercato di costruire la propria leadership nel calcio globale sulla legittimità diplomatica della FIFA, incontrando spesso leader politici di tutto il mondo e tenendo discorsi a Davos o al G20. Ha cercato di fare della sua organizzazione uno strano soggetto politico transnazionale, indipendente e neutrale, così da poter parlare con tutti e accreditarsi anche come un importante mediatore internazionale. Il tutto senza avere alcuna legittimità democratica in senso stretto: Infantino è eletto da una manciata di dirigenti sportivi a capo di federazioni sostanzialmente private, la cui nomina è a loro volta del tutto slegata dai principi democratici. Sotto quell’immagine da diplomatico svizzero del mondo dello sport, il capo della FIFA si dimostra in realtà il vertice di un sistema di potere molto più vicino a quello dei governi oligarchici e autoritari (non a caso, da anni i preferiti sia dalla FIFA che dalla UEFA) che non a quello delle democrazie liberali da cui si vata di discendere.
Alleandosi con Trump, Infantino si è accostato a un leader politico come mai aveva fatto prima d’ora: nemmeno con l’emiro del Qatar c’erano stati rapporti così fraterni come con il Presidente statunitense. Il gioco della diplomazia internazionale, però, non può accontentare sempre tutti. Mentre Infantino era a Washington e rideva compiaciuto delle parole del suo molto potente amico, Trump stava minacciando i dazi nei confronti dei propri vicini, Canada e Messico, e ha in seguito portato avanti questi suoi avvertimenti, facendo scoppiare due piccoli casi diplomatici che, sebbene ad oggi si siano un po’ ridimensionati, non sono certo stati risolti. Canada e Messico sono i due paesi con cui gli Stati Uniti devono organizzare il Mondiale di calcio tra due estati, e ci si può immaginare cosa ne pensino di una situazione simile: essere ricattati da un proprio alleato e partner sportivo-commerciale, mentre il capo della FIFA – che dovrebbe fare da garante per l’organizzazione del torneo – non trova di meglio da fare che riderne divertito.
Infantino aveva salutato l’elezione di Trump, lo scorso novembre, celebrando come i due, attraverso i Mondiali, avrebbero unito il mondo: parole che non possono che lasciare perplessi, davanti all’inutile guerra commerciale che gli Stati Uniti hanno cercato di scatenare con i propri vicini. Vogliono unire il mondo, ma per adesso sono riusciti quasi a separare i tre organizzatori del Mondiale del 2026. E a Infantino pare andare tutto sommato bene così, visto che non ha avuto nulla da ridire sulle mosse del suo amico alla Casa Bianca. E dire che il loro rapporto iniziò in tutt’altro modo, quando nel marzo 2017 il presidente della FIFA avvertiva il suo omologo americano che, con il travel ban in atto, il Mondiale negli Stati Uniti non si sarebbe potuto tenere, forzando Trump a rassicurare tutti che non ci sarebbero state restrizioni per gli spostamenti dei tifosi. Oggi, per controversie ben più serie, Infantino invece non fa la minima piega.

Il primo a sollevare pubblicamente queste preoccupazioni è stato Adam Crafton su The Athletic, a fine gennaio, che ha segnalato come perfino per i precedenti standard del presidente della FIFA la relazione con Trump sembri “insolitamente stretta”. Nelle prime settimane alla Casa Bianca, il leader repubblicano sta anche portando avanti la sua annunciata stretta sull’immigrazione, creando ulteriori frizioni diplomatiche con i paesi latinoamericani come la Colombia, che intende obbligare a riprendersi gli immigrati deportati dagli Stati Uniti. Si è ritirato dall’OMS, che ha invece un’importante collaborazione con la FIFA. Minaccia l’invio di forze speciali in Messico per combattere i locali cartelli della droga, con o senza l’approvazione del governo di Claudia Sheinbaum. Rivendica il Canada come 51° stato della federazione nordamericana. Parla di annettersi la Groenlandia, parte del territorio danese, paventando anche azioni militari e di fatto mettendosi contro l’intera Unione Europea (con la Francia che si è già detta disponibile all’invio di truppe per difendere la regione).
Fare un Mondiale a 48 squadre nel 2026 era sembrato alla FIFA un bel modo per aumentare il proprio giro d’affari e influenze, ma in realtà a causa di Trump sta solo moltiplicando il potenziale di tensioni diplomatiche tra i partecipanti e uno dei paesi organizzatori. Non ultima arriva la questione mediorientale, con gli aberranti piani del governo statunitense per la Striscia di Gaza. Trump ha fatto in modo di creare contrasti prima con Egitto e Giordania, a cui ha suggerito di spartirsi la popolazione palestinese deportata dalla propria terra, ma più di recente addirittura con l’Arabia Saudita. Riad è totalmente contraria al progetto di trasformare Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”, e per tutta risposta Netanyahu – appena tornato da una visita a Washington nei giorni scorsi – ha detto che se i sauditi vogliono uno stato palestinese lo possono creare all’interno del proprio territorio, visto che hanno tanto spazio. Trump non è intervenuto direttamente su questa provocazione, ma è facile immaginare che anche in questo caso stia dalla parte di Israele senza il minimo tentennamento.
Però l’Arabia Saudita è un partner fondamentale per la FIFA. A Riad Infantino ha voluto assegnare, solo due mesi fa, il Mondiale del 2034, sposando in pieno i progetti sport-politici sauditi, e l’Arabia è uno dei partner fondamentali della FIFA, con il colosso petrolifero statale Aramco che è attualmente lo sponsor principale dell’associazione (e quindi sarà il main sponsor anche del Mondiale del 2026). Infantino pensa davvero di poter tenere il piede in due staffe, da un lato giurando fedeltà acriticamente a Trump e dall’altro rivendicando la propria stretta collaborazione con i sauditi? Per adesso queste situazioni sono rimaste circoscritte all’esterno del perimetro del calcio, ma sembra impossibile che, se i rapporti diplomatici internazionali degli Stati Uniti non verranno recuperati rapidamente, presto il problema emergerà. Prima ancora del Mondiale del 2026, la prossima estate gli USA ospiteranno (da soli) il Mondiale per Club, evento centrale nei progetti politici ed economici di Infantino. Organizzare questa competizione è stato già di per sé problematico, con difficoltà nel trovare sponsor e accordi per i diritti tv, e addirittura con la possibilità che un gigante del calcio mondiale come il Real Madrid se ne tirasse fuori.
Insomma, il Mondiale per Club di quest’anno avrebbe bisogno di tutto fuorché di tensioni diplomatiche tra i principali partner della FIFA. Ma d’altronde questa è la situazione che Infantino ha da sempre ricercato: come ha scritto sul Washington Post Joshua Robinson, il capo del calcio globale ha voluto a tutti i costi affermarsi come un leader politico internazionale, e oltre a prendersene gli onori deve farsi carico pure degli oneri. Ma alla prova dei fatti il presidente della FIFA sta dimostrando di non essere poi così tagliato per la carriera diplomatica. Nel marzo 2022 ha tergiversato molto prima di sospendere la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina (complici anche i suoi legami personali con Putin), e per contro non ha mai sospeso la Bielorussia, che compete ancora regolarmente a livello internazionale. Nel maggio 2024 è stato chiamato a decidere sulle possibili sanzioni verso Israele per la guerra in Palestina, in una situazione che coinvolge anche evidenti violazioni dello statuto della FIFA (riguardo la legittimazione dei club delle colonie illegali in Cisgiordania), ma ha continuato a trovare degli espedienti per rinviare la decisione, e al momento ancora non si sa quando se ne riparlerà.

Gianni Infantino sogna di essere un diplomatico ma in realtà è solo un banalissimo affarista: insegue il profitto, e cerca di giustificare questa sete di denaro con la politica. Ma davanti a ogni questione politica non sa come muoversi e resta immobile, in balia di chi, questo mestiere, lo pratica per davvero. La sua fascinazione per i governanti autoritari lo ha già messo in difficoltà in passato, nel caso della Russia, dimostrando che a guidarlo non è tanto l’intuito diplomatico quanto il richiamo dei soldi. Con Trump rischia di aver puntato ancora una volta sul cavallo sbagliato, legando a doppio filo la FIFA a una delle amministrazioni più problematiche a livello internazionale. Quando la tempesta Trump si sarà placata – perché si placherà – vedremo a che punto sarà la reputazione della FIFA.
Se questo articolo ti è piaciuto, aiuta Pallonate in Faccia con una piccola donazione economica: scopri qui come sostenere il progetto.


Scrivi una risposta a Il punto più basso del calcio (finora) – Pallonate in faccia Cancella risposta