Nel maggio del 2000, a Wimbledon la gente aveva già la testa al torneo di tennis che si sarebbe giocato in città alla fine del mese successivo. D’altronde, il calcio aveva dato solo delusioni, nell’ultimo anno: il club locale, dopo otto stagioni gloriose, stava ormai abbandonando la Premier League. La colpa era stata data innanzitutto all’allenatore Egil Olsen, e in seconda battuta alla nuova proprietà, la cordata norvegese guidata dagli imprenditori Bjørn Rune Gjelsten e Kjell Inge Røkke. Erano stati loro a volere, l’estate precedente, il loro celebre connazionale sulla panchina del club, ma questa esperienza era iniziata nel peggiore dei modi, con Olsen che fin dal primo momento era stato demolito dalla stampa britannica, definito come un clown che parlava troppo e spesso sopra le righe, se non addirittura come uno scienziato pazzo, per via del suo metodo di lavoro piuttosto insolito. Si poteva dire che il Wimbledon FC veniva da due stagioni di salvezze conquistate a fatica, e che la sua epoca d’oro era ormai distante, ma dare la colpa allo strano allenatore straniero – con cui molti inglesi avevano ancora il dente avvelenato – era più facile. Il 1° maggio, a due giornate dalla fine del campionato, la dirigenza metteva alla porta Olsen e si avviava inconsapevole verso un disastro ben più grande.
Egil Olsen doveva la sua fama a quanto fatto nel decennio precedente alla guida della Norvegia, sulla cui panchina era approdato non senza perplessità. Praticava un tipo di gioco estremamente difensivo, schierandosi con un 4-5-1 a zona molto conservativo e la cui manovra offensiva seguiva una direttrice abbastanza prevedibile, per quanto efficace: lancio diagonale attraverso tutto il campo, dal terzino sinistro verso l’ala destra – solitamente un centravanti reinventato per guadagnare centimetri sui laterali avversari – quindi sponda verso il centravanti. Un gioco del tutto in controtendenza rispetto a quello con cui Nils Arne Eggen aveva imposto il Rosenborg ai vertici del campionato locale, seguendo l’esempio dell’Olanda degli anni Settanta. Eppure, il metodo di Olsen aveva dato subito i suoi frutti: la campagna di qualificazione ai Mondiali del 1994 era stata un trionfo, con due vittorie in casa e due pareggi in trasferta contro colossi come Olanda e Inghilterra. Questi risultati avevano permesso alla piccola Norvegia di qualificarsi alla fase finale del torneo per la prima volta dal 1938, eliminando a sorpresa di Three Lions, che all’epoca erano reduci dal quarto posto del 1990.
Negli Stati Uniti, la squadra scandinava aveva sorpreso tutti, pur chiudendo ultima nel Gruppo E e non riuscendo a rientrare nemmeno come migliore terza. Aveva ottenuto 4 punti, una sola sconfitta e un solo gol subito, chiudendo a pari di tutte le altre tre avversarie e arrendendosi solo per il fatto di aver segnato unicamente una rete. Gli exploit dei suoi primi quattro anni alla guida della Nazionale avevano propiziato il graduale arrivo in Inghilterra di alcuni giocatori di culto del paese settentrionale: Stig Inge Bjørnebye al Liverpool, Jostein Flo e Roger Nilsen allo Sheffield United, Henning Berg al Blackburn, Gunnar Halle all’Oldham Athletic, Jan Åge Fjørtoft allo Swindon Town, Lars Bohinen e Alf-Inge Håland al Nottingham Forest, Øyvind Leonhardsen al Wimbledon. Quattro anni dopo in Francia, i Løvene erano riusciti addirittura ad approdare agli ottavi, dopo una clamorosa vittoria per 2-1 sul Brasile (già battuto 4-2 in una precedente amichevole, che i media non avevano preso sufficientemente sul serio). La vittoria sui campioni del mondo in carica aveva permesso al ct norvegese anche di fare delle battute sulla disorganizzazione difensiva della squadra di Zagallo, assicurando che lui avrebbe certamente potuto fare di meglio.
Gli scandinavi erano poi stati eliminati agli ottavi contro l’Italia, in un match decisamente fortunato per gli Azzurri, ma avevano proposto al mondo intero nuovi pupilli come Ståle Solbakken, Tore André Flo e Ole Gunnar Solskjær. I due Mondiali e le uscite di Olsen con i giornalisti lo avevano reso un personaggio di culto tra gli appassionati di pallone a livello internazionale. In un’epoca in cui tutti ricercavano il bel gioco, sulla scorta degli anni di Sacchi e Cruijff, e poi di Van Gaal e Wenger, la Norvegia remava in direzione ostinata e contraria. La fama del ribelle, Egil Olsen, se la portava dietro fin dagli anni da giocatore: attaccante capellone e dal dribbling facile – per questo in patria era noto come Drillo – aveva simpatie comuniste fin da giovanissimo, e inizialmente sosteneva il NKP, il piccolo partito comunista norvegese – cannibalizzato e poi disconosciuto dai più influenti laburisti locali – cosa che gli valse non poche antipatie ed ebbe anche qualche effetto negativo sulla sua carriera. Nei primi anni Sessanta, quando era una giovane promessa, venne escluso dalle convocazioni in Nazionale perché al ct austriaco Willy Kment non piacevano gli estremisti di sinistra.

Come avesse potuto un attaccante indisciplinato e individualista diventare il profeta di un calcio ultra-difensivista è una storia davvero particolare. Cresciuto in un quartiere operaio di Fredrikstad, Egil Olsen si era avvicinato presto alle idee di sinistra, ma nei primi anni Settanta aveva deciso di seguire gli scissionisti dell’AKP, che si erano separati dal partito comunista filo-sovietico preferendo un approccio più vicino alla Cina di Mao e al marxismo-leninismo. Formazione di fatto clandestina e teoricamente favorevole alla lotta armata, l’AKP organizzava campi di addestramento e formazione ideologica in gran segreto, a cui Olsen partecipò una volta terminata la carriera. Lì si votò al collettivismo nella società come in campo, e iniziò a pensare al calcio come a un sistema che necessitava di organizzazione e disciplina per poter permettere anche a una squadra “proletaria” e di poco talento di competere con avversari più capaci.
Il resto lo fece l’università di Oslo, dove si laureò in materie sportive con una tesi che studiava nel dettaglio il meccanismo attraverso cui si segnano i gol. La sua riflessione, di tipo tecnico-filosofica, mirava però a destrutturare la strategia del gol, per comprendere quale fosse per converso il metodo migliore per impedire agli avversari di segnare. Una forma di guerra asimmetrica applicata al calcio, che Olsen integrò in seguito con sistemi sempre più scientifici, diventando un pioniere dell’analisi video e dell’utilizzo di dati e algoritmi. Per la sua coscienza politica e le sue frasi a effetto, la stampa aveva preso a considerarlo un filosofo dello sport, quando invece ne era piuttosto uno scienziato. Tutto ciò, unito ai risultati ottenuti con la Nazionale negli anni Novanta, lo aveva reso un idolo indiscusso nel calcio norvegese, ma al momento del suo trasferimento in Inghilterra gli era valso grande scetticismo. Il matrimonio con il Wimbledon sembrava, per certi versi, scritto nelle stelle, e non solo per la nuova proprietà del club: i Dons si erano costruiti negli anni una solida fama di club arcigno, difensivista e dal gioco rude, che sembrava fatto apposta per fondersi con il metodo di Olsen – il Flopasning, dal nome di Jostein Flo, il centravanti della Norvegia che, dirottato sulla destra, era il principale destinatario dei lanci del terzino sinistro Bjørnebye.
Ma l’accoglienza che i tabloid inglesi gli avevano riservato fece sì che i giocatori del Wimbledon non presero mai sul serio il tecnico norvegese. Senza devozione alla causa e una rigida disciplina, il gioco di Egil Olsen non aveva alcuna possibilità di riuscita. A poco era servito che, al momento del suo arrivo in Inghilterra, lo scandinavo avesse dichiarato che i suoi lavori dei sogni erano allenare o il Brasile o il Wimbledon, anzi finì con farlo sembrare ancora di più clownesco negli atteggiamenti. I leader della squadra, come Marcus Gayle e Carl Cort, avevano presto iniziato a dichiarare pubblicamente i propri dubbi sulle marcature a zona, lo schema 4-5-1 e i cambi di ruolo dei giocatori. La campagna acquisti aveva peggiorato il clima: sentendo di non avere il polso della squadra, Olsen aveva fatto mettere sotto contratto quattro suoi connazionali. L’ultimo chiodo sulla bara del nuovo allenatore lo aveva piantato il suo predecessore Joe Kinnear – l’uomo che aveva inventato la Crazy Gang del Wimbledon, ed era stato costretto a lasciare la panchina solo per problemi di salute – commentando negativamemnte il suo ricorso alla difesa a zona e la scarsa fiducia data al gruppo storico della squadra.
Se a livello tattico generale Olsen poteva essere sembrato una scelta in continuità con la tradizione dei Dons, a livello umano non ci poteva essere un’accoppiata peggiore. I giocatori del Wimbledon rappresentavano la quintessenza dei calciatori inglesi dell’epoca, rozzi e pragmatici, disinteressati – se non proprio infastiditi – da filosofie e bizzarrie da professore, per non parlare delle sensibilità politiche. Olsen era un signore di quasi 60 anni che andava in giro con gli stivali di gomma contro i reumatismi, si spostava solamente a piedi perché non voleva avere un’auto, snocciolava noiosi e improbabili aneddoti sulla geografia, e ammoniva gli sconosciuti per strada se li vedeva fumare, avvisandoli dei gravi danni alla salute dovuti al tabacco. E in più era uno che non si era mai fatto problemi e mescolare sport e politica: nel 1995, quando Lars Bohinen si era rifiutato di affrontare la Francia in amichevole per protesta contro la ripresa dei test nucleari in Polinesia, l’allora ct della Norvegia aveva supportato la decisione del giocatore senza discutere. Egil Olsen era, per dirla alla maniera degli inglesi, un freak, capitato nell’ambiente meno tollerante possibile verso questo genere di “stranezze”.

L’esonero del tecnico norvegese non impedì la retrocessione del Wimbledon nella seconda divisione inglese. Nel giro di quattro anni, per una serie di complicate vicende legate ai piani discutibili della proprietà, il club avrebbe addirittura cessato di esistere, subendo un tracollo tragico. Poco meglio andò alla carriera di Olsen, che tornò in Norvegia e per un paio d’anni non ebbe alcun lavoro, prima di venire chiamato a guidare l’U19 del suo paese. Ebbe una breve esperienza alla guida del Fredrikstad e poi inaspettatamente della Nazionale irachena, prima di tornare, nel 2009, a guidare la Norvegia, ma senza ripetere il successo ottenuto negli anni Novanta. Questa sua ultima esperienza è ricordata soprattutto perché nel 2010 firmò un documento in cui chiedeva il boicottaggio sportivo di Israele, definendo l’occupazione della Palestina “immorale e illegale”.
Il mondo del pallone, fuori dal suo paese, lo ha in gran parte dimenticato, eppure Egil Olsen è stato un anticipatore su molti fronti. Pensava all’impiego della scienza nel calcio e all’analisi dei dati prima che fosse di moda. Pur in maniera indiretta, principi di gioco come quelli espressi da Diego Simeone a Madrid sembrano discendere proprio dal suo esempio. Nel 1995 già reclamava maggiore rispetto e visibilità per il calcio femminile, quando alla votazione del FIFA World Player diede il proprio voto alla centrocampista Hege Riise, trascinatrice della Norvegia al titolo mondiale di quell’anno, invece che a un giocatore maschio.
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Fonti
–LEA Greg, Egil Olsen: Tracking the Norwegian’s Nightmare Spell as Wimbledon Boss, The Set Pieces
-PEINADO Quique, Calciatori di sinistra, Isbn Edizioni
–PERRONE Roberto, “Drillo” Olsen tra computer e provocazioni, Il Corriere della Sera
–THOMAS Russell, The Communist with a Midas touch, The Guardian


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