In questi 100 anni molte cose sono cambiate, ai Giochi Olimpici. Il torneo di calcio è probabilmente quello che lo ha fatto maggiormente: giusto per fare un esempio, oggi possono partecipare al torneo olimpico i professionistici, purché non più vecchi di 23 anni (salvo fuori quota), mentre all’epoca il torneo era aperto solo ai dilettanti. Eppure – eccezionale paradosso – a Parigi 1924 parteciparono molte più stelle del pallone rispetto a Parigi 2024, dato che all’epoca solo Inghilterra, Scozia, Stati Uniti e Austria avevano approvato il professionismo tra i giocatori. Al di là di questi dati curiosi, il torneo di Parigi cambiò per sempre il modo in cui il mondo guardava al football: da quel momento in avanti, il calcio sarebbe iniziato a diventare un vero fenomeno globale e di massa. In un certo senso – e almeno in parte – il calcio che conosciamo oggi nacque allora.

Sebbene si fosse già diffuso in buona parte del mondo all’inizio del Novecento, il calcio era rimasto uno sport elitario, praticato quasi esclusivamente dalle classi ricche. Il suo destino iniziò a cambiare nel modo più inaspettato, durante la Grande Guerra: nelle retrovie del fronte occidentale, il gioco del pallone divenne un passatempo comune, avvicinando persone di classi sociali differenti e rendendolo popolare anche tra quelle più umili. Al ritorno a casa dopo la guerra, i sopravvissuti si interessarono alle partite dei campionati locali che preesistevano al conflitto, e in pochi anni il calcio divenne effettivamente uno sport di massa. A questa evoluzione contribuì anche lo scenario socio-politico dei primi anni Venti, specialmente in Europa: le condizioni di vita di non poche persone migliorarono, e si diffuse una nuova cultura che fu la base dei cosiddetti Roaring Twenties: nuove tendenze, movimenti artistici, mode di vita, in cui lo sport seppe affermarsi come uno degli elementi più importanti.

Parigi era una delle città simbolo di questa nuova società, quando nel 1924 ospitò per la seconda volta (la prima era stata nel 1900) i Giochi Olimpici: rispetto all’edizione di Anversa – tenutasi nel 1920, in un momento ancora drammaticamente post-bellico – i paesi partecipanti erano aumentati notevolmente (da 29 a 44, il maggior aumento da un’edizione all’altra registrato fino a quella data), e gli atleti da 2.626 a 3.089 (le donne passavano da 65 a 135: un altro aumento da record, che sottolineava il rapido sviluppo del loro ruolo sociale, nello sport e non solo). Il calcio si trovava per la prima volta su un palcoscenico veramente globale, e l’idea degli organizzatori dei Giochi di Parigi era stata esplicitamente quella di dare vita a un torneo che fosse veramente rappresentativo della globalità di questo sport. Per la prima volta nella storia, si disputava una competizione di football in cui erano rappresentati tutti i continenti (Oceania a parte): l’Egitto per l’Africa (come già fatto ad Anversa, prima nazionale non europea ai Giochi), l’Uruguay per il Sudamerica, gli Stati Uniti per il Nord America, e la Turchia per l’Asia (la UEFA non esisteva ancora, per cui la Turchia era considerata un paese a tutti gli effetti asiatico).

Alla prima edizione dei Giochi, il calcio non era stato incluso nelle discipline, mentre nelle due Olimpiadi successive il torneo fu limitato solamente a tre squadre, che non erano nemmeno selezioni nazionali ma club che rappresentavano i rispettivi paesi (nel 1904, a St. Louis, gli Stati Uniti presentarono addirittura due squadre). Solo nel 1908 il torneo di calcio era stato aperto a vere selezioni nazionali, ma due su otto si erano ritirate prima del via, e la competizione aveva lasciato molto a desiderare: la finale tra Regno Unito e Danimarca, al White City Stadium, fu seguita da appena 10.000 persone. Infatti, quattro anni dopo a Stoccolma le autorità sportive svedesi considerarono anche la possibilità di non prevedere un torneo di football: alla fine, il torneo si disputò, e le 20.000 persone accorse a vedere il re-match tra britannici e danesi confermarono che questo sport stava aumentando la propria popolarità. Nel 1920 ad Anversa, gli spettatori della finale erano saliti al rispettabile numero di 35.000, ma la partita fu un disastro: sotto 2-0 contro il Belgio dopo 39 minuti, i cecoslovacchi contestarono la direzione di gara e abbandonarono l’incontro, che detiene dunque il poco inviabile record di finale più breve della storia di un torneo internazionale.

L’Uruguay ai Giochi di Parigi 1924.

Ecco allora che Parigi 1924 puntava a essere uno spartiacque nella storia del football, presentandosi in una particolare congiuntura storica e socio-economica. La presenza dell’Uruguay, vincitore del Campeonato Sudamericano dell’anno precedente (unica altra competizione internazionale ufficiale esistente all’epoca), fu il primo passo per il riconoscimento del Sudamerica come secondo polo del calcio globale, in alternativa all’Europa, e la conquista della medaglia d’oro non fece che consolidare questa nuova consapevolezza. Il fatto che potessero esistere paesi con giocatori validi e squadre nazionali competitive al di fuori del Vecchio Continente era, all’epoca, un fatto da molti ritenuto improbabile. Eppure, già nel 1920 l’Egitto aveva dato prova di qualità non da poco, quando in un match non ufficiale prima del via del torneo di Anversa aveva battuto 4-2 la Jugoslavia (nota all’epoca come Regno dei Serbi, Croati e Sloveni). La stessa selezione nordafricana si ripeté a Parigi, sconfiggendo a sorpresa l’Ungheria per 3-0 e accedendo ai quarti di finale. Allo stesso tempo, la vittoria degli Stati Uniti sull’Estonia, sebbene meno roboante, era un’altra prova del fatto che il calcio era già un fenomeno molto più globalizzato di quello che gli appassionati europei potevano pensare.

Parigi 1924 fu l’alba del calcio internazionale propriamente detto. Alcuni dei giocatori che presero parte a quel torneo erano già conosciuti – o lo divennero dopo la fine dei Giochi – oltre i propri confini nazionali. La stella della Turchia, Bekir Refet, giocava già da tre anni in Germania, dove si era trasferito nel 1921 andando a vestire la maglia del Karlsruher FC Phönix, e al momento della sua partecipazione all’Olimpiade di Parigi militava nel FC Pforzheim. L’egiziano Hussein Hegazi aveva giocato, nel decennio precedente, con gli inglesi del Dulwich Hamlet e del Fulham, diventando il primo africano a militare in un club europeo. Il torneo di Parigi lanciò anche le carriere internazionali di altri giocatori, a partire dallo svedese Per Kaufeldt, che rimane in Francia per giocare con il Montpellier. Il magiaro József Eisenhoffer si trasferì all’Hakoah Vienna, e un anno dopo andò oltre Atlantico per giocare nel nuovo ricchissimo campionato statunitense, al cui successo i Giochi avevano dato un contributo non da sottovalutare. Un altro ungherese, Ferenc Hirzer, passò ai tedeschi dell’Union 03 Altona, e nel 1925 firmò per la Juventus, mentre l’anno successivo il campione uruguayano Héctor Scarone si trasferiva al Barcellona.

Anche i trasferimenti dei calciatori a livello internazionale, dunque, sono stati figli dei Giochi del 1924. Ma se c’è qualcosa per cui è davvero necessario ricordare il torneo di calcio di quell’anno è José Leandro Andrade, campione dell’Uruguay che divenne un idolo assoluto tra il pubblico parigino, e di fatto la prima vera star internazionale del football, il primo calciatore a essere riconosciuto e amato al di fuori dei propri confini nazionali. Ed è necessario sottolineare che Andrade era nero: dovrebbe fare riflettere il fatto che, 100 anni dopo la sua affermazione, nel calcio si discute per i sempre più frequenti casi di razzismo negli stadi e si polemizza contro le squadre nazionali multietniche (l’ultimo caso è stato il coro contro i francesi dei giocatori dell’Argentina, dopo la vittoria dell’ultima Copa América). Parigi 1924, da questo punto di vista, sembra stare un secolo nel futuro, invece che nel passato. Ma sta di fatto che, se vogliamo rintracciare l’origine del calcio “nero” – con tutte le semplificazioni culturali che questo termine porta con sé – dobbiamo appunto andare molto più indietro di quanto di solito si pensa.

Il pomeriggio del 9 giugno allo Stade de Colombes, quando Uruguay e Svizzera si contesero la medaglia d’oro, le persone presenti erano 60.000, quasi il doppio di quelle che avevano seguito la finale del torneo di quattro anni prima in Belgio. Il richiamo che ebbe la competizione fu tale che addirittura il New York Times vi dedicò un articolo, sottolineando come molte altre persone furono mandate via perché non c’era più posto all’interno dell’impianto. Il fenomeno del football era esploso in tutta la sua forza, attirando enormi masse di persone e diventando così un strumento di fondamentale interesse sia per le élite economiche che per quelle politiche. Nei quattro anni che seguirono l’evento, il numero dei paesi che avevano abbracciato il professionismo era più che raddoppiato, con le aggiunte di Cecoslovacchia, Ungheria, Italia, Spagna e Messico. L’edizione del 1928, tenutasi ad Amsterdam e vinta nuovamente dall’Uruguay, confermò questa crescita imperiosa del pallone tra gli sport del pianeta, e convinse infine la FIFA della necessità di creare un proprio torneo mondiale di calcio indipendente, che vide il via com’è noto nel 1930.

Un manifesto dedicato all’uruguayano José Leandro Andrade, nel 1924.

L’istituzione dei Mondiali organizzati dalla FIFA ha finito per far passare in secondo piano i tornei dei Giochi Olimpici, anche perché la loro natura dilettantistica si è scontrata con la crescente diffusione del calcio come sport professionistico, che ha reso i Mondiali decisamente più interessanti per il pubblico e i media rispetto allo storico torneo del CIO. Tuttavia ciò non toglie il ruolo decisivo che ebbe la competizione di Parigi 1924 nel cambiare la percezione del calcio: sia degli appassionati europei, che scoprirono uno sport che si era sviluppato molto anche al di fuori del lo continente; sia per il resto del mondo, che rapidamente iniziò ad appassionarsi a un gioco destinato a diventare un fenomeno globale senza precedenti. Oggi, la FIFA ha legittimato i tornei di Parigi 1924 e Amsterdam 1928, ritenendoli al pari dei Mondiali – pur restando due cose differenti. Per questo motivo, come chiarito nel 2023, l’associazione del calcio internazionale riconosce il diritto alla federazione dell’Uruguay di portare quattro stelle sulla propria maglia. Possiamo allora dire che il calcio come lo conosciamo e lo amiamo oggi, quest’anno compie il suo primo secolo di vita.

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Una risposta a “Parigi, 100 anni fa: le Olimpiadi che cambiarono il calcio”

  1. Non avevo riflettuto sul fatto che l’Olimpiade attuale è caduta nel centenario dell’ultima organizzata a Parigi. Ad ogni modo, la pretesa “purezza” degli argentini la trovo ridicola, visto che se c’è un popolo meticcio, quello è l’argentino: tanto per parlare del “nostro orticello”, ho sentito un argentino dire che un abitante di Buenos Aires è un italiano che ha imparato a parlare spagnolo.

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