Sarajevo è l’esatto opposto di un guscio vuoto: quasi nulla è rimasto in piedi, eppure è piena, ricolma. Qualcosa sta lentamente iniziando a riemergere dalle macerie di quattro anni di brutale assedio, che si sono conclusi appena una manciata di mesi prima. Non è proprio il posto in cui ci si aspetta di vedere giocare una partita di calcio, ma si sa che lo sport, in contesti come questo, può avere un potere simbolico unico e ineguagliabile. Di certo, non è il luogo dove ci si attenderebbe di vedere dei vicecampioni del mondo. È il 6 novembre del 1996, e l’Italia di Arrigo Sacchi diventa la prima squadra internazionale a essere ospitata nell’appena ricostruito stadio Koševo, che appena dodici anni prima era stato lo spettacolare cuore pulsante delle Olimpiadi invernali. Un evento straniante, ma che sa di rinascita per tutta una regione, la Bosnia ed Erzegovina, che ha appena ottenuto una dolorosa indipendenza.
Non si tratta della prima partita giocata dalla squadra bosniaca: già nel 1993 era stata formata una selezione non ufficiale – composta sostanzialmente da giocatori del FK Sarajevo – che aveva disputato alcune amichevoli all’estero per ragioni diplomatiche, per sensibilizzare sulla causa indipendentista durante la guerra nei Balcani. Nel novembre del 1995, dopo la firma degli accordi di Dayton, il conflitto si avviava verso il suo epilogo, e pochi giorni dopo la Bosnia ed Erzgovina scendeva in campo a Tirana contro l’Albania, perdendo 2-0. In panchina sedeva Fuad Muzurović, che aveva guidato il FK Sarajevo negli anni precedenti ed era stato uno dei protagonisti dello storico campionato vinto dal club nel 1967, che era stato il primo titolo jugoslavo vinto da una squadra bosniaca. A meno di un anno dagli accordi di pace, la Bosnia ha infine avuto anche il suo debutto negli incontri ufficiali, prendendo parte alle qualificazioni ai Mondiali del 1998. Dopo l’esordio del 1° settembre a Calamata, in trasferta contro la Grecia, l’8 ottobre aveva dovuto affrontare la Croazia sul campo neutro del Dall’Ara di Bologna, a causa dell’inabilità del Koševo, gravemente danneggiato dalla guerra.
Sarajevo era divenuta suo malgrado la città simbolo del conflitto nei Balcani, sineddoche di una regione divisa tra tre etnie e tre religioni: bosniaci, serbi e croati; musulmani, ortodossi e cattolici. All’inizio del 1992, le truppe serbo-bosniache avevano circondato le montagne attorno alla città, e da lì iniziarono i bombardamenti, che arrivarono a contare in media oltre 300 ordigni sganciati ogni giorno. Durante una partita di calcio, nel giugno del 1993, un’esplosione causò 15 morti e 80 feriti. Le strade erano disseminate di cecchini appostati. L’inferno di Sarajevo colpì l’immaginario occidentale, e italiano in particolare: già dal 1992, a Padova si era formato un gruppo attorno l’associazione Beati costruttori di pace, guidata dal sacerdote don Albino Bizzotto, e alle idee del professore della locale università Antonio Papisca, che mirava a creare una sorta di “ONU dei popoli”, una forma di attivismo dal basso in grado di influire realmente sul raggiungimento della pace, bypassando i meccanismi farraginosi e corrotti delle Nazioni Unite. Lavorando in maniera completamente autofinanziata, il gruppo riuscì a rompere l’assedio di Sarajevo per due giorni, tra l’11 e il 12 dicembre 1992, facendo sfilare per la città circa 500 persone, tra cui religiosi, politici, giornalisti, medici e infermieri. Non basteranno a fermare la guerra: quando l’iniziativa verrà replicata, nell’ottobre del 1993, un cecchino ucciderà il prete pacifista Moreno Locatelli.
È questo il contesto in cui l’Italia si presenta a Sarajevo, nel novembre 1996, in uno stadio da poco rimesso in piedi e in una città che in quattro anni ha contatto almeno 12.000 morti e 50.000 feriti, prima di arrivare al cessate il fuoco. L’Italia è la squadra che ha perso solo ai rigori la finale dei Mondiali del 1994, vanta alcuni dei migliori giocatori al mondo e uno degli allenatori più influenti dell’ultimo decennio, ma è reduce da un disastroso Europeo, disputato il giugno precedente in Inghilterra. Presentatasi al via della competizione come una delle favorite, la squadra azzurra aveva debuttato con una sudata vittoria per 2-1 sulla Russia, firmata da una doppietta di Gigi Casiraghi, ma poi era caduta contro la sorprendente Repubblica Ceca, e il pareggio finale con la Germania l’aveva condannata all’eliminazione ai gironi. La stampa aveva dato a Sacchi tutte le colpe del flop, e il rapporto tra il ct e i giocatori pare ormai deteriorato: a ottobre, nelle qualificazioni ai Mondiali di Francia, l’Italia ha esordito vincendo 3-1 in Moldova, ma senza brillare, e ha poi ottenuto una magra vittoria interna per 1-0 sulla Georgia.

Comprensibilmente, le difficoltà degli Azzurri non sono nulla in confronto a quelle che ha dovuto affrontare la Bosnia ed Erzegovina. In un paese ridotto in macerie e con molta gente che ha dovuto fuggire all’estero, il ct Muzurović si è trovato a mettere assieme una squadra con giocatori poco esperti e quasi sconosciuti. Diversi giocatori, specie tra i più giovani della rosa, sono tutti scappati all’estero allo scoppio del conflitto, rifugiandosi principalmente in Germania: il terzino destro Sead Kapetanović si è accasato al Viktoria Aschaffenburg, e attualmente si è fatto strada nel Wolfsburg; l’ala Hasan Salihamidžić, il giocatore più promettente della Bosnia, ha lasciato Sarajevo con la famiglia quando aveva solo 15 anni, e adesso gioca all’Amburgo. Mehmed Baždarević, brillante regista con una lunga carriera in Francia, ha ormai 36 anni ed è sulla via del ritiro; Mehmed Kodro, punta del Tenerife con un passato in Real Sociedad e Barcellona, è il giocatore più riconoscibile, ma il club canarino non lo ha liberato per questa amichevole. La stella della Bosnia è allora la punta Elvir Bolić, la cui carriera è stata profondamente segnata dalla guerra: a 20 anni aveva lasciato lo Čelik Zenica per trasferirsi alla Stella Rossa di Belgrado, con la prospettiva di diventare uno dei calciatori più forti della Jugoslavia, ma dopo poche partite la situazione politica lo aveva costretto a fuggire in Turchia, dove si era affermato con le maglie di Galatasaray, Gaziantepspor e Fenerbahçe, ma a 25 anni è fuori dal grande giro del calcio europeo.
A dispetto di questi problemi, però, la Bosnia ed Erzegovina è accompagnata da un grande entusiasmo e un forte senso di speranza che nel calcio trova il suo canale espressivo prediletto. Le prime uscite nelle qualificazioni sono state tutt’altro che esaltanti, con una sconfitta per 3-0 in Grecia e un’altra per 4-1 contro la Croazia al Dall’Ara, in cui se non altro il 19enne Salihamidžić ha realizzato il primo gol della storia bosniaca negli incontri ufficiali: un bel segnale, il fatto che il marcatore sia stato proprio un ragazzo che è stato un profugo di guerra. “Giocare a Sarajevo è molto importante perché significa che in una terra dilaniata da quattro anni di guerra si sta tornando alla normalità. Vogliamo dare un po’ di serenità a questa gente” dichiara Sacchi in conferenza stampa, facendosi portavoce di un sentimento largamente diffuso in Italia. Per la prima volta si torna a giocare nello stadio Koševo, riempito per l’occasione da circa 40.000 persone. Il ricordo dell’assedio aleggia su tutto il campo e gli spalti: appena fuori dall’impianto, un campo sportivo è stato trasformato in un cimitero di guerra.
Lo sport fa solo da corredo. La nazionale italiana è in missione diplomatica: porta con sé palloni, divise per giocatori e arbitri, completi firmati di Pignatelli per la selezione balcanica. Gli Azzurri vanno in visita all’ospedale pediatrico vicino allo stadio, donando ai numerosi bambini ricoverati astucci, quaderni, matite, pennarelli, merendine e biscotti. Se non si pensa alle questioni umanitarie, Sacchi ha fin troppi grattacapi con quelle tecniche: lo stesso giorno si giocano anche tre partite di Coppa Italia, che coinvolgono Juventus e Inter, per cui i rispettivi giocatori non possono essere convocati in Nazionale. L’unica eccezione concessa dal tecnico bianconero Marcello Lippi è Moreno Torricelli, ma per il resto il ct deve correre ai ripari chiamando in difesa Daniele Carnasciali e Pasquale Padalino della Fiorentina. In porta, come ormai avviene nel post-Europeo, non figura più Angelo Peruzzi, ma Francesco Toldo. Di Roberto Baggio – attualmente al Milan e in pessimi rapporti con Sacchi – neanche a parlarne. In attacco ci si affida allora a Gianfranco Zola del Chelsea – dirottato però sulla fascia nel 4-4-2 azzurro – a Casiraghi della Lazio e ad Enrico Chiesa del Parma.
Si gioca presto, più o meno all’ora di pranzo: in inverno a Sarajevo fa buio presto, e il Koševo non ha un impianto d’illuminazione funzionante. Nemmeno il maxischermo delle Olimpiadi del 1984 funziona, sfregiato da fori di proiettile e coperto con uno striscione che recita “Grazie Azzurri!”. In campo, però, i bosniaci non intendono fare troppi complimenti: dopo 5 minuti di gioco, la 22enne punta del Bursaspor Elvir Baljić scocca il tiro, Toldo respinge, ma Salihamidžić corregge in gol, confermandosi il nuovo idolo del calcio locale. Bastano pochi minuti all’Italia per pareggiare con Chiesa, che mette in rete un passaggio di Zola mancato dal difensore Muhamed Konjić. Appena prima dell’intervallo, però, è Bolić a riportare avanti la squadra di casa, trovandosi – forse in fuorigioco – solo davanti a Toldo e dribblandolo con eleganza. I successivi 45 minuti vedono uno sterile dominio dell’Italia, che non riesce a cambiare il risultato: la Bosnia ha vinto la sua prima partita nella storia. Sacchi si dice dispiaciuto, perché sperava in una vittoria per i tanti soldati del contingente italiano venuti a seguire gli Azzurri, ma Zola non concorda: “Abbiamo provato a pareggiare, ma è andato tutto bene lo stesso”. Il medesimo sentimento viene bene espresso dal presidente del CONI Mario Pescante: “Siamo venuti qui per aiutare un paese in difficoltà. Ci siamo riusciti: missione compiuta, fino in fondo”. L’Italia ha perso, ma oggi l’importante era esserci, non vincere.
L’amichevole di Sarajevo del 1996 sarà ricordata, in Italia, per essere stata la fine dell’era di Sacchi in Nazionale. Non che il risultato abbia influito in qualche modo su una decisione che era in realtà già nell’aria, e che si concretizzerà circa un mese dopo: il tecnico di Fusignano farà subito ritorno al suo Milan per sostituire Óscar Washington Tabárez, mentre in azzurro approderà Cesare Maldini. All’esordio ufficiale a febbraio, il nuovo ct centrerà una clamorosa vittoria a Wembley contro l’Inghilterra, firmata da uno Zola finalmente schierato da attaccante vero e proprio. Ma la vera storia è ancora a Sarajevo, perché la vittoria sull’Italia, sebbene avvenuta in un’amichevole, segna un piccolo momento fondativo nella storia del calcio bosniaco, dando ai ragazzi di Muzurović la consapevolezza di cui avevano bisogno. Solo quattro giorni dopo il trionfo del Koševo, la Bosnia ed Erzegovina espugna Lubiana per 2-1 con reti di Bolić e Kodro. Ad aprile perderà di misura in casa contro la Grecia e a giugno in Danimarca, ma il 20 agosto, di nuovo a Sarajevo, travolgerà a sorpresa gli scandinavi per 3-0, con gol di Edin Mujčin e doppietta del solito Bolić. Non basterà per andare ai Mondiali, ma il suo valore intrinseco sarà anche maggore.
La fotografia migliore della partita, in definitiva, la si ritrova nelle magistrali parole scritte su La Repubblica da Gianni Mura all’indomani dell’incontro. “Era difficile giocare al massimo a Sarajevo, dopo che hai visto quello che hai visto, e dovunque ti giri è impossibile non vedere. E se vedi cominci a pensare. E se pensi hai meno voglia di stendere un avversario con il cosiddetto fallo tattico, uno che magari ha seppellito un parente in quella foresta di croci, a volte nemmeno, solo un pezzo di legno, che incombono sul campo dove giochi. E dove loro giocano una partita più importante della tua. E tu, che vivi in un altro calcio, in un altro mondo a un’ora di volo, finché stai qui quello col cognome impronunciabile lo senti molto vicino, non come calciatore, ma come uomo, e chi se ne frega di stare corti e di raddoppiare la marcatura. Non era questo che si chiedeva. Si capisce, perdere non piace a nessuno, ma intanto ti chiedi come faranno col freddo vero e tutti quei fogli di plastica alla finestra, e già in quattro anni si sono tagliati e bruciati tutti gli alberi della città.”
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Fonti
–ANDERSON Dave, Sports of The Times; From Sarajevo 1984 To Sarejevo Today, The New York Times
–L’assedio di Sarajevo, RaiNews.it
–MASTROLUCA Alessandro, Bosnia-Italia, l’amichevole che segnò la fine dell’era Sacchi, Calcio Today


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