Negli ultimi anni, il discorso sul rapporto tra calcio e politica è andato crescendo d’importanza e conquistando gradualmente nuovi spazi, non solo in Italia. Su questo fronte, il progetto che credo stia riscuotendo maggior successo, almeno in termini di numeri sui social, è Fútbol y Política, una pagina che in questo momento vanta oltre 59.000 follower su Twitter e oltre 14.000 su Instagram. Dietro di essa c’è Lucas Zalduendo, giornalista che collabora con El DiarioAR e professore di Comunicazione politica alla Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Buenos Aires. Dato che Fútbol y Política è da tempo una delle fonti d’ispirazione e d’informazione del sottoscritto, soprattutto sui fatti politici del calcio sudamericano, ho ritenuto doveroso scrivergli per parlare un po’ di ciò che ci accomuna, ma anche per capire come possa cambiare la visione politica del calcio in un contesto così diverso da quello europeo.

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La mia prima domanda è semplice: com’è nato Fútbol y Política? Avevi qualche ispirazione? Perché credi che possiamo parlare di calcio e politica? In Italia ci sono molte persone che non pensano che questi temi debbano essere messi in relazione: avviene lo stesso in Argentina?

Fútbol y Política nasce nel 2019 come profilo Twitter e Instagram, nel contesto degli scontri sociali in America Latina, in cui anche figure del mondo del calcio stavano prendendo posizione. Era il momento delle proteste in Cile, in cui i giocatori della nazionale si opponevano alla repressione e a ciò che avveniva nel paese, in cui i club si aprivano alle discussioni per una nuova Costituzione e i tifosi di tutte le squadre si univano per partecipare alle manifestazioni. La finale della Libertadores del 2019 a Santiago fu annullata e si dovette giocare in Perù. Quindi l’idea era di creare dei canali per parlare di questo, di un calcio che magari non si stava guardando, e per far capire che succedevano altre cose oltre alla partita con i giocatori in campo. Mostrare che il calcio non era un palazzo di cristallo e non era separato dalla società. L’idea era far vedere ciò che succedeva nel mondo attraverso il calcio. Era anche seguire la strada del grande scrittore Eduardo Galeano, che sottolinea che il calcio è una parte fondamentale della realtà e che trovava scandaloso che la storia ufficiale ignorasse questa parte della memoria collettiva.

Penso si possa parlare del legame tra il calcio e la politica, perché giustamente il calcio è parte della società ed è chiaro a tutti che per la sua popolarità riveste un ruolo di potere e influenza. Ci sono casi di presidenti di paesi che hanno usato dei club come trampolino per la politica. Ma oltre a questi fatti ben visibili, i due temi sono legati in modi differenti: l’origine politica di molte squadre, le partite che hanno interrotto delle guerre, i giocatori che fanno da megafono a istanze sociali, l’uso dei Mondiali per fare propaganda a un paese e relazionarsi con il mondo. Insomma, ci sono tante storie ma anche tanti incroci che si possono fare, come la politicità del calcio stesso: il gioco collettivo, il cameratismo, l’aspetto popolare, l’integrità, ecc. Valori che sono politici.

Rispetto al fatto che ci sono persone che credono che questi due spazi non debbano essere collegati, penso che ci siano molti che lo dicono giustamente in base alle loro esperienze, dato che, come ti ho detto prima, il calcio è spesso usato come trampolino di lancio per la politica. Penso che la critica nasca da qui, perchè non si distorcano i valori del gioco, che è la cosa più bella che ci sia. Ciò non toglie che non si deve essere ingenui e negare l’esistenza di questa relazione, perché il calcio, come tutto il resto, fa parte della società. È attraverso la politica nei club che si può preservare il calcio da chi lo usa come strumento del proprio potere o da coloro che vogliono privatizzare, cambiando colori sociali, stemma e addirittura il nome. Pensare alla politica come a qualcosa di brutto significa fare proprio il discorso di certi ambienti che, in questa depoliticizzazione, ne approfittano per fare del calcio ciò che vogliono, sempre a vantaggio dei propri interessi.

Guardando alla situazione sudamericana, per quello che posso notare dall’Italia, ho l’impressione di una maggiore politicizzazione del calcio: tra i giocatori, i tifosi e anche nei club (penso, per esempio, all’impegno del calcio in Uruguay nella memoria della dittatura). Credo che in molti paesi in Europa queste situazioni siano quasi impossibili, o molto rare. È un’impressione corretta o mi sto sbagliando e sto ‘mitizzando’ la situazione in Sudamerica?

Non so se possiamo affermare che esista questa differenza o che esista qualche tipo di “protestometro”, per dire chi protesta di più e chi di meno. A priori potrei dirti che, guardando da qui (con tutti i pregiudizi che comporta non viverci), negli ultimi anni ho visto una politicizzazione nel calcio europeo. Penso ai casi di razzismo, a Black Lives Matter, alla protesta contro la Superlega, al tentativo di boicottare il Qatar, alla causa dei rifugiati, alle dispute nazionaliste, ecc. Quindi sì, penso ci sia stata e ci sia ancora una politicizzazione nell’ambito del calcio europeo. Che non è né maggiore né minore di quella che c’è qui. Sono differenti. Differenti per la storia che attraversano i popoli, per la loro identità, per le loro problematiche specifiche e per le loro culture. Non bisogna dimenticare che l’America Latina ha vissuto processi di colonizzazione, di oppressione, di sottomissione economica e di dipendenza, cosa che in Europa non è avvenuta. Anzi, sono sempre stati i paesi oppressori. Quindi le realtà sono differenti e l’identità latinoamericana è segnata da quelle cicatrici, che in un certo senso possono far pensare che sempre su determinati temi ci sia una maggiore politicizzazione, o lotta o ribellione, contro le ingiustizie.

Sul Qatar, mi pare che l’opposizione al Mondiale sia stata soprattutto una cosa europea, o dei paesi ricchi (anche Stati Uniti e Australia hanno protestato). Ho visto una divisione chiara tra le grandi potenze e tutti gli altri. Mi sto sbagliando, o questa differenza è reale? E, secondo te, a cosa pensi sia dovuta?

Io credo che ci sia stata discussione e ripudio a livello mondiale. È vero che nel calcio sono state le federazioni europee, o come dici tu dei paesi ricchi, quelle che più si sono opposte e hanno provato a portare avanti un boicottaggio. In questo senso, per prima cosa va detto che l’opposizione al Mondiale in Qatar è cominciata con il FIFA Gate, dove la grande sconfitta come sede del Mondiale furono gli Stati Uniti, e il Qatar venne scelto al loro posto. D’altra parte, è necessario inquadrare le proteste delle federazioni europee nella disputa che si sta creando tra la FIFA e la UEFA, e in ultimo mi pare che ci sia qualcosa di geopoliticamente sospetto, vedendo come il Qatar con il Mondiale si è imposto davanti al resto del mondo come paese potente e come nuovo attore rilevante. Penso stia lì la differenza, rispetto alle altre federazioni. Anche così, però, non cessa il rifiuto genuino e diffuso da parte dei calciatori e dei cittadini che si sono realmente espressi a favore dei diritti umani e dei diritti della comunità LGBTQ+. È importante monitorarlo, perché è qualcosa che hanno fatto anche in altre occasioni. Il caso della Germania mi sembra esemplificativo, perché i giocatori che si sono espressi al Mondiale avevano anche protestato agli Europei contro la legge anti-LGBTQ+ del Presidente dell’Ungheria Viktor Orbán. Altra cosa è la direzione politica di un paese, e qui c’è dell’ipocrisia, perché si criticava il Qatar mentre in mezzo al Mondiale si negoziava un accordo commerciale per il gas. Oppure ci sono paesi che hanno criticato le violazioni dei diritti umani in Qatar quando gli stessi problemi accadono anche al loro interno.

Parlando di ipocrisia e di tematiche LGBTQ+, è impossibile non citare il recente caso di Jordan Henderson: cosa pensi di questa situazione? Io provo una grande delusione per lui, e questo mi fa pensare, con pessimismo, che molti giocatori prendono posizione solo per convenienza.

Credo sia sbagliato puntare il dito contro un giocatore, in questo caso Henderson, quando come ogni giocatore fa parte di un sistema economico più grande. È come incolpare tutti i calciatori che hanno partecipato alla Coppa del Mondo per le violazioni dei diritti umani in Qatar. O sarebbe come incolpare tutti i calciatori che giocano in Italia per le violazioni dei diritti dei rifugiati. Sì, è vero che alcuni vorrebbero che un calciatore protestasse di più o reagisse al potere di turno come hanno fatto un Cantona, un Maradona e un Sócrates. Ma mi sembra che in questo caso si stia guardando dalla parte sbagliata, non ponendo l’attenzione dove dovrebbe essere, ovvero alla mercificazione feroce che attraversa il calcio, all’emergere dei “club-nazione” come PSG o City, che a forza di petroldollari costruiscono super-rose, comprano squadre in giro per il mondo e ne cambiano le identità, modificando l’essenza del calcio. O in questo caso all’Arabia Saudita (ma è successo anche in altri paesi, come gli USA), che investono nei propri campionati per fare dello sportwashing.

Un altro tema centrale nel calcio di oggi è il razzismo. In Europa (e in Italia in particolare) questo problema è molto presente, e mi sembra che nessuno sia capace di invertire la tendenza (Premier League e Bundesliga hanno la forza per sanzionare questi episodi, ma il problema ancora non è stato risolto). Come è percepita in Sudamerica la questione del razzimo nel calcio europeo? Leggendo Fútbol y Política, so che anche in Sudamerica accadono episodi simili: credi che ci siano differenze tra queste due situazioni?

Sì, sono d’accordo che il razzismo sia una piaga a livello mondiale e che nel calcio sia qualcosa di frequente. Soprattutto in Europa, per quanto sembra negli ultimi tempi, ma anche in Sudamerica. Il Brasile è un paese con un razzismo strutturale che si riflette negli stadi ed è qualcosa che peggiora quando le squadre brasiliane giocano contro quelle di altri paesi nella Copa Libertadores o Sudamericana. Di recente sono state prese misure per interrompere le partite in caso di insulti razzisti. Credo che questo abbia molte similitudini con ciò che succede in Europa, soprattutto perché molti dei giocatori che lo subiscono anche lì sono brasiliani. L’esempio lampante è Vinícius Jr. Penso che anche in Argentina ci sia razzismo, legato soprattutto al classismo, allo status sociale o alla discriminazione verso giocatori provenienti da altri paesi sudamericani. Da poco, qui a Buenos Aires, sono stati condannati all’ergastolo i tre poliziotti che hanno ucciso Lucas González, un ragazzo delle giovanili del Barracas Central. Oltre a essere un caso di grilletto facile, di violenza istituzionale e di corruzione della polizia (si è cercato di manipolare la scena del crimine per far ricadere la colpa sul giovane calciatore) è storico perché per la prima volta nella sentenza c’è un’aggravante per “odio razziale”. Un odio razziale che i ragazzi dei quartieri popolari del nostro paese vivono quotidianamente per via del colore della pelle, del modo di vestire, di parlare, di essere, che rispondono a stereotipi per via dei quali sono incasellati come individui pericolosi o delinquenti. Una discriminazione che ha subito, in gioventù, la maggior parte dei grandi calciatori usciti dai quartieri umili. Quello che è successo a Lucas sarebbe potuto accadere a Di María, al Kun (Agüero, ndr), a Tévez, a Diego (Maradona, ndr), a tutti i nostri idoli sportivi nati nei quartieri popolari dell’Argentina.

Nel calcio c’è anche una discriminazione di genere, come l’omofobia e il sessismo. In Italia è arrivato Jankto, e il nostro Ministro dello Sport lo ha accolto con dei commenti vagamente omofobi; in America Latina accade la stessa cosa? E che succede rispetto al calcio femminile e ai commenti maschilisti?

Sì, anche l’omofobia è presente nel calcio. Lo è in Europa, qui e in tutto il mondo. È una cosa che viene per esempio molto normalizzata nei cori delle tifoserie, e che è ancora molto difficile da bandire. In riferimento ai commenti maschilisti nel calcio femminile, anche questa è una cosa molto diffusa, ma credo che negli ultimi tempi ci sia stato un cambio culturale grazie alla lotta delle calciatrici, che cercano di ottenere gli stessi diritti del calcio maschile per raggiungere il professionismo. Credo che tutto questo abbia anche comportato un cambiamento culturale, che ha contribuito a modificare quella visione maschilista, che comunque ancora persiste.

Questa è l’estate dell’Arabia Saudita: qui in Europa i tifosi hanno paura che i nostri campionati vengano saccheggiati delle loro stelle. Che ne pensi, in riferimento anche ai temi dello sportwashing e dell’equilibrio economico del calcio mondiale? Io credo che siano timori fondati, ma riconosco che quello che sta cercando di fare l’Arabia Saudita è ciò che i club europei fanno con quelli sudamericani da molto tempo.

Temere che i campionati vengano saccheggiati dei loro migliori giocatori è una cosa che in Sudamerica è sempre successa con l’Europa e altri paesi. Qua le giovani promesse durano meno di una stagione, se non le prendono quando sono ancora più giovani. Come in tutto il mondo, anche nel calcio domina la legge del mercato. E ora è un mercato vorace, nel quale aumentano le disuguaglianze. Quello che avviene con l’Arabia Saudita è un po’ ciò che ti ho detto in precedenza in riferimento al Qatar, o quello che fa il City o altri fondi a livello mondiale. A me preoccupa che qualsiasi fondo d’investimento possa acquistare un club, cambiargli lo stemma, il nome, i colori sociali. Uccidono la filosofia e la storia di un club. Con la forza del portafoglio fanno ciò che vogliono, danneggiando i soci e i tifosi. Credo che qui sia necessario regolamentare queste mostruosità che stanno emergendo e che distorcono il calcio.

Jordan Henderson, noto come alleato della comunità LGBTQ+, ha deciso in questi giorni di andare a giocare in Arabia Saudita, scatenando grandi polemiche nel Regno Unito.

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Pallonate in Faccia se encuentra con Fútbol y Política: entrevista a Lucas Zalduendo

Mi primera pregunta es muy simple: ¿cómo nació Fútbol y Política? ¿Tuviste alguna fuente de inspiración? ¿Por qué crees que podemos hablar de fútbol y política? En Italia hay mucha gente que no cree que estos dos temas deban estar relacionados: ¿hay la misma situación en Argentina?

Fútbol y Política nace en el 2019 como cuenta de Twitter e Instagram, en el contexto de los estallidos sociales en Latinoamerica, donde los actores del ámbito del fútbol se estaban manifestando al respecto. Era el momento del estallido de Chile, donde jugadores de la seleccion protestaron en contra de la represión y de lo que pasaba en el pais, de clubes que abrieron sus instituciones para pensar las bases de una nueva constitución y de hinchas de todos los equipos que se juntaban para ir a las marchas. Se da tambien que el partido de la final de la Libertadores en 2019 se suspende en Santiago y tiene que jugarse en Perú. Entonces la idea era crear canales para hablar de todo esto, de un fútbol que quizas no se estaba viendo y de reflejar que pasaban otras cosas además del partido con los jugadores en la cancha. Visualizar que el fútbol no era un palacio de cristal ni era ajeno a lo que pasaba en la sociedad. La idea era poder mostrar lo que ocurria en el mundo a través del fútbol. Era seguir también, con la linea del gran escritor Eduardo Galeano, que recalca que el fútbol es una parte fundamental de la realidad y que le parecia indignante que la historia oficial ignorara esa parte de la memoria colectiva.

Creo que podemos hablar del vinculo entre el fútbol y la politica, porque justamente el futbol es parte de la sociedad y està a la vista de todos que por su popularidad y masividad ocupa un espacio de poder e influencia. Estan los casos de los Presidentes de paises que usaron a los clubes como trampolin a la política. Pero además de estos hechos visibles y bien concretos, el fútbol y la politica se atraviesan de distintas formas: en el origen político de muchos clubes, de partidos de fútbol que paralizaron guerras, de jugadores que usaron su espacio como altavoz para pedir por demandas sociales, del uso de los Mundiales para hacer publicidad de un pais y referenciarse en el mundo. En fin, hay muchas historias pero también muchos entrecruzamientos que se pueden hacer, como la que me gusta pensar a mi, que son la politicidades que tiene el fútbol en sí: el juego colectivo, el compañerismo, lo popular, la integridad, etc. Valores que son políticos.

Con respecto a que hay personas que creen que no debe vincularse estos dos espacios, creo que hay muchos que lo dicen con razón por experiencias vividas, que como te decia antes, muchas veces el fútbol es usado como trampolín a la política. Creo que va desde ese lado la critica y para que no se desvirtue el juego en sí, que es lo más lindo que hay. Lo que no quita, que no haya que ser ingenuos y negar que existe esa relación, justamente porque el fútbol, como todo lo demás, es parte de la sociedad. Aún así, es a través de la politica en los clubes que podes lograr preservar el fútbol de lo que lo usan como una herramienta de poder propia o de los que lo quieren privatizar, cambiandole el color, el escudo y hasta el nombre. Pensar en la politica como algo malo es hacer propio el discurso de ciertos sectores que en esa despolitizacion y en esa desmovilización, aprovechan para hacer lo que quieren con el fútbol, siempre a favor del negocio propio. 

Mirando a la situación sudamericana, por lo que puedo ver desde Italia, tengo la impresión de una mayor politización del fútbol: entre los jugadores, la afición, y también en los clubes (pienso por ejemplos a la movilización del fútbol en Uruguay en la memoria de la dictadura). Creo que en muchos países de Europa, estas situaciones son casi imposibles, o muy raras. ¿Es esta una impresión correcta o estoy equivocado y ‘mitificando’ la situación en Sudamérica?

No sé si podamos aseverar esa diferenciación ni que exista algún tipo de “protestrómetro” como para decir quien se manifiesta más y quien menos. A priori te podria decir que, viéndolo desde acá (con todos los sesgos que conlleva por no vivir allá) en los últimos años vi politización en el mundo del fútbol europeo. Pienso desde los casos de racismo, el Black Lives Matter, la protesta por la Superliga, el intento de boicot a Qatar, la causa de los refugiados, las disputas nacionalistas, etc. Entonces sí, creo que hubo y hay politizacion en el ámbito del fútbol en Europa. Que no es ni mayor ni menor que la que hay acá. Son diferentes. Diferentes por la historia que atravesaron los pueblos, por su indiosincracia, por sus problemáticas determinadas y por sus culturas. No hace falta mencionar que Latinoamerica vivió procesos de colonización, de opresión, de sometimiento económico, y de dependencia, cosa que justamente en Europa no ocurrió. Siempre fueron las potencias opresoras. Entonces las realidades son diferentes y la indiosincracia latinoamerica está marcada por esas cicatrices, que en sentido sí, te pueden hacer pensar que siempre en determinados temas hay mayor politización o lucha o rebeldia ante ciertas injusticias.

Sobre Qatar, me parece que la oposición contra el Mundial fue sobre todo una cosa europea, o de los países ricos (también los equipos de Estados Unidos y Australia protestaron contra). Vi una división clara entre las grandes potencias y todos los demás. ¿Me estoy equivocando o esta diferencia es real? ¿Y, en tu opinión, a qué crees que se debe?

Yo creo que hubo discusión y repudio a nivel mundial. Es verdad que en el ambito del fútbol fueron las federaciones europeas las que más se opusieron e intentaron llevar adelante un boicot, o como decis vos de los paises ricos. En ese sentido, primero hay que entender que la oposición al mundial de Qatar comienza con el FIFA GATE, donde el gran derrotado como sede del Mundial es EEUU y Qatar queda elegido como sede. Por otra parte, hay que enmarcar las protestas de las federaciones europeas en esta disputa que se viene dando entre la FIFA y la UEFA, y por último, me parece que hay algo geopolitico de recelo, de ver como Qatar con el mundial se imponia como referencia al resto del mundo de pais potencia y como nuevo actor de relevancia. Allí creo que recide la diferencia de otras motivaciones con respecto a otras federaciones. Aún asi (y hay que hacer la diferencia), no quita el repudio genuino y generalizado de los futbolistas y de la ciudadanía que realmente se manifestaron a favor de los derechos humanos y de los derechos de la comunidad LGTBIQ. Eso es importante recalcarlo, porque ya lo han hecho en otras ocasiones. El caso de Alemania me parece ilustrativo sobre este caso, porque los jugadores que se manifestaron en el mundial tambien habian protestado en la Eurocopa contra una ley anti LGTBI del Presidente de Hungria, Victor Orbán. Otra cosa es la dirigencia política del pais, y ahí sí hay algo de hipocresía, porque criticaron a Qatar mientras en medio del mundial negociaron un acuerdo comercial de gas. O mismo, hay paises que criticaron la violacion de derechos humanos en Qatar cuando en su pais tambien ocurren esas problemáticas.

Hablando de hipocresía y de temas LGTBIQ, es imposible no mencionar el reciente caso de Jordan Henderson: ¿Qué opinas de esta situación? Yo siento una gran decepción por él, y esto me hace pensar, con pesimismo, que muchos jugadores toman partido solo porque les conviene.

Me parece equivocado poner el foco en un jugador, en este caso en Henderson y culparlo de todos los males, cuando al igual que todos los jugadores es parte de un sistema mercantil que viene dado y al cual hay que apuntarle. Es como culpar a todos los futbolistas que participaron de la Copa del Mundo por la violación de los derechos humanos en Qatar. O seria como culpar a los jugadores que juegan en Italia por la violación de los derechos de los refugiados. Sí, es verdad que a algunos nos gustaria que un futbolista proteste más o reaccione al poder de turno como lo hacia un Cantona, un Maradona o un Sócrates. Pero me parece que en este caso es apuntar equivocado y no poner el foco donde hay que ponerlo, que es en la mercantilizacion feroz que atraviesa el fútbol, en el crecimiento de los “clubes – nación” como el PSG o el City que a base de petrodólares arman megaplanteles, compran equipos por todo el mundo y les cambian su indiosincracia, modificando la esencia del fútbol. O en este caso de Arabia Saudita, (como tambien pasó en otros paises como puede ser EEUU) que invierten en sus ligas para hacer sportswashing.

Otro tema central en el fútbol actual es el racismo. En Europa (y en Italia en particular) este problema está muy presente, y me parece que nadie es capaz de revertir la tendencia (Premier League y Bundesliga tienen la fuerza para sancionar estos episodios, pero el problema aún no está resuelto). ¿Cómo se percibe en Sudamérica el problema del racismo en el fútbol europeo? Leyendo Fútbol y Política, sé que en Sudamérica también pasan episodios similares: ¿crees que hay diferencias entre estas dos situaciones?

Si, coincido que el racismo es un flagelo a nivel mundial y que en el fútbol es algo recurrente. Sobre todo en Europa por lo que se percibió en el último tiempo, pero en Sudamerica también. Brasil es un país que presenta un racismo estructural que se ve reflejado en los estadios y es algo que recrudece cuando los equipos brasileros juegan contra equipos de otros paises por la Copa Libertadores o Sudamericana. Hace poco se tomaron medidas al respecto para parar los partidos cuando haya insultos racistas. Creo que ese tipo de racismo tiene muchas similitudes con lo que ocurre en Europa, sobre todo porque muchos de los jugadores que lo sufren allá son brasileños. El claro ejemplo es Vinícius Jr. Creo que en Argentina también hay racismo vinculado sobre todo al clasismo, al status social o a la discriminación contra jugadores de otros paises latinoamericanos. Hace poco acá en Buenos Aires condenaron a cadena perpetua a tres policias que mataron a Lucas González, un juvenil del club Barracas Central. Además de ser una causa de gatillo fácil, violencia institucional y de corrupción policial (en la que intentaron manipular la escena del crimen para armar una causa contra el joven futbolista) se destaca de ser histórica porque por primera vez en la condena hay un agravante por “odio racial”. Un odio racial que viven cotidianamente los pibes de los barrios populares de nuestro pais por su color de piel, por su forma de vestir, de hablar, y de ser, que conforman estereotipos que los encasillan como peligrosos o delincuentes. Una discriminación que le pasó de chico a la mayoría de los grandes futbolistas que salieron de los barrios más humildes. Lo que le pasó a Lucas le pudo haber pasado a Di María, al Kun, a Tévez, al Diego, a todos nuestros ídolos deportivos que nacieron en los barrios populares de la Argentina.

En el fútbol hay también discriminaciones de género, como homofobia y sexismo. En Italia, llegó Jankto y nuestro Ministro de Deportes lo saludó con comentarios vagamente homofóbicos: en Latinoamérica ocurre lo mismo? Y qué pasa respecto al fútbol femenino y los comentarios machistas?

Si, la homofobia también esta instalado en el fútbol. Ocurre en Europa, acá y en todo el mundo. Es algo que por ejemplo está muy naturalizado en los cánticos de las hinchadas, que todavia cuesta desterrar. Con respecto a los comentarios machistas en el fútbol femenino también es algo muy presente, pero creo que en los últimos tiempos hubo un cambio cultural gracias a la lucha de las futbolistas, que buscan obtener los mismos derechos que tiene el fútbol masculino para lograr un futbol femenino profesional. Creo que todo ese movimiento tambien implicó un cambio cultural que ayudó a cambiar esa mirada machista, que igualmente aún persiste.

Este es el verano de Arabia Saudita: aquí en Europa los aficionados temen que nuestras ligas sean saqueadas de sus estrellas. ¿Qué opinas, también con respecto a los temas del sportwashing y del equilibrio económico del fútbol mundial? Creo que son temores bien fundados, pero reconozco que lo que Arabia Saudita está tratando de hacer es lo que los clubes europeos hacen con los clubes sudamericanos desde mucho tiempo.

Eso de que allí temen que sus ligas sean saqueadas de sus mejores figuras es algo que en Sudamerica siempre nos pasó con Europa u otros países. Acá las jóvenes promesas duran menos de una temporada, si es que no se lo llevan de más chico. Como en el mundo, en el fútbol también impera la lógica del mercado. Y ahora de un mercado voraz, donde se acrecenta la desigualdad. Lo que pasa en Arabia Saudita es un poco lo que te respondía en otra de las preguntas con respecto a Qatar o lo que hace el City y otros fondos a nivel mundial. A mi me alarma que cualquier fondo de inversión pueda comprar un club, cambiarle el escudo, el nombre, los colores. Le matan la filosofía y la historia a un club. A fuerza de billetera hacen lo que quieren perjudicando a los socios y a los hinchas. Creo que ahi es necesario que se regule a estos engendros que nacen y desvirtuan al fútbol.

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