La scelta di ingaggiare Jack Charlton come allenatore aveva sollevato un polverone. L’Irlanda non aveva un tecnico dal nome così rinomato da quando, cinque anni prima, Johnny Giles aveva lasciato la panchina della nazionale dopo sette anni di lavoro; ma il nome contava poco. Charlton sarebbe stato il primo inglese a guidare la selezione della Repubblica irlandese, uno stato nato dopo un lungo e burrascoso processo d’indipendenza dal Regno Unito, che aveva lasciato rapporti piuttosto tesi tra i due vicini. L’ex difensore dei Three Lions campioni del mondo nel 1966 aveva un’esperienza manageriale limitata alle serie minori inglesi, ma era riconosciuto come un tecnico competente. Una piccola federazione come quella di Dublino sentiva di aver bisogno di uno come lui, se voleva valorizzare giocatori come Liam Brady, Mark Lawrenson e Frank Stapleton, raggiungendo così per la prima volta la qualificazione alla fase finale di un grande torneo. Le idee di Charlton erano destinate, però, a fare discutere.
Al di là di alcuni elementi di primissimo valore, la rosa a disposizione era abbastanza lacunosa. Alle qualificazioni ai Mondiali del 1986, sotto la guida di Eoin Hand, i Boys in Green avevano chiuso solo quarti nel girone, dietro Danimarca, URSS e Svizzera. Il campionato locale era di livello molto basso, specchio di un paese calcisticamente marginale, economicamente non molto forte e in cui tradizionalmente i giovani guardavano con maggiore favore al rugby che al calcio. Non era un caso che chi aveva davvero talento per il pallone lasciava presto l’isola e attraversava il mare: Brady, ad esempio, si era trasferito dall’Home Farm all’Arsenal quando aveva solamente 14 anni, e come calciatore si era dunque formato in Inghilterra, fino a diventare il più forte giocatore irlandese della sua generazione. Era un trend che andava avanti praticamente da sempre: già nel 1956, Johnny Giles aveva lasciato l’Irlanda all’età di 16 anni per entrare nel settore giovanile del Manchester United. Charlton, questa storia, la conosceva bene, avendo giocato proprio con Giles nel Leeds, così come sapeva che il calcio inglese pullulava di ragazzi figli di immigrati irlandesi, attratti nel Regno Unito dalle maggiori opportunità di lavoro. Erano il prodotto della grande diaspora irlandese.
Il nuovo ct, nominato nel dicembre del 1985, fu subito chiaro con la Federcalcio di Dublino: se si voleva arrivare a giocarsi almeno gli Europei, bisognava lavorare molto sugli osservatori e andare a convincere quanti più giocatori anglo-irlandesi possibile a optare per la selezione isolana. Per Charlton, si trattò di una totale inversione a u rispetto a quanto aveva fatto durante la sua prima esperienza da allenatore, nel 1973 al Middlesbrough. Alla dirigenza del Boro, aveva esposto un piano che doveva puntare meno sullo scouting a lungo raggio e più sullo sviluppo dei giocatori locali, mentre l’Irlanda richiedeva un approccio diverso. La naturalizzazione di giocatori inglesi originari dell’isola non era una novità – in nazionale giocavano già Chris Hughton e Tony Galvin del Tottenham, Paul McGrath del Manchester United, David O’Leary dell’Arsenal e Mick McCarthy del Manchester City – ma si trattava di una strategia usata sempre con grande parsimonia. I dirigenti del calcio irlandese sapevano bene che il focus della squadra dovevano restare i ragazzi del posto, e gli oriundi dovevano essere inseriti solo se erano giocatori veramente forti e soprattutto se sentivano davvero di essere irlandesi.
Per Jack Charlton, questa barriera ideologica andava abbattuta: chiunque fosse selezionabile doveva essere tenuto in considerazione. Al suo esordio in panchina, a marzo 1986 in amichevole col Galles, il nuovo ct faceva esordire Ray Houghton e John Aldridge dell’Oxford United, il primo di Glasgow e il secondo di Liverpool. La formazione fu consolidata a maggio con la partecipazione a un triangolare in Islanda, contro i padroni di casa e la Cecoslovacchia, che vide emergere l’Irlanda vincitrice, rinsaldando le speranze in vista delle qualificazioni agli Europei che iniziavano a settembre. Il girone non era facile: la Bulgaria era arrivata fino agli ottavi degli ultimi Mondiali in Messico; anche la Scozia aveva fatto i Mondiali, pur uscendo al primo turno, e aveva giocatori come Alex McLeish, Gordon Strachan e James Bett; il Belgio di Scifo, Vercauteren e Ceulemans era addirittura arrivato quarto, in Messico. All’esordio in casa dei Diables Rouges, l’Irlanda si presentò in campo con 7 inglesi su 11, e alla fine strappò un clamoroso 2-2 (curiosamente con gol di due dei pochi irlandesi nati della squadra, Stapleton e Brady). Era solo l’inizio.

Il 15 ottobre, i Boys in Green si fermarono su un deludente 0-0 in casa contro la Scozia, che suonava come un campanello d’allarme. Ma già a febbraio l’Irlanda riusciva a espugnare Hampden Park, dimostrando che quello poteva essere l’anno buono e che il percorso iniziato dal nuovo allenatore era quello corretto. I ragazzi di Jack Charlton riuscirono a pareggiare di nuovo col Belgio, battere la Bulgaria in casa e due volte il Lussemburgo, chiudendo incredibilmente al primo posto nel girone: per la prima volta nella storia, l’Irlanda avrebbe giocato la fase finale di grande torneo. Per il via della competizione, a inizio giugno 1988 nella Germania Ovest, il ct inglese aveva fatto aggiungere alla sua rosa altri quattro giocatori nati dall’altro lato del mare: l’attaccante David Kelly del West Ham, nativo di Birmingham e che aveva debuttato nel novembre del 1987 con una tripletta a Israele; il difensore del Celtic Chris Morris, nato in Cornovaglia; il centrocampista di Stretford John Sheridan, colonna del Leeds; e l’attaccante del Millwall Tony Cascarino. Quest’ultimo caso, in particolare, era destinato a fare discutere tutto il paese e anche all’estero.
Cascarino era nato a St. Paul’s Cray, un quartiere a sud-est di Londra, e suo padre chiaramente un immigrato italiano nel Regno Unito. La madre, a sua volta, era inglese, ma proveniva da una famiglia scozzese e aveva un nonno irlandese, che pertanto rendeva l’attaccante all’epoca 26enne eleggibile per la selezione in maglia verde. Le polemiche, però, si facevano sentire. Il caso Cascarino era la punta dell’iceberg, sotto il quale stava un controverso e fino a quel momento inedito programma federale di reclutamento degli oriundi, una cosa che in precedenza solo l’Italia aveva fatto, con i giocatori sudamericani tra gli anni Trenta e Cinquanta. In tutto, tra i 20 elementi convocati per gli Europei, 14 erano nati e cresciuti nel Regno Unito. “Ogni giocatore che abbiamo chiamato si considera irlandese. – si difese Jack Charlton – Non fosse stato per le circostanze economiche che costrinsero i loro genitori e i loro nonni a emigrare, sarebbero nati e cresciuti in Irlanda. Dovrebbero negare la loro identità a causa dei capricci dei giornalisti? Io credo di no”.
Ovviamente, la questione era molto più complicata di così. Con buona probabilità, se quei giocatori fossero nati e cresciuti in Irlanda non sarebbero arrivati al livello tecnico e tattico in cui erano in realtà, a causa di scuole calcio meno strutturate e di un contesto scarsamente competitivo. Nel caso di Cascarino, come si sarebbe scoperto in seguito, l’attaccante in realtà non poteva provare alcun legame emotivo o culturale con l’Irlanda, paese in cui non era mai stato e a cui lo legava solo un antenato: solamente anni dopo, il giocatore avrebbe rivelato che sua madre era stata adottata, per cui il nonno irlandese non era un parente “di sangue” ma solo a livello legale. Ma quello che stava succedendo nella piccola Isola di Smeraldo nel nord dell’Europa era l’inizio di un processo che avrebbe ampiamente cambiato il modo di percepire il calcio e il concetto di nazionalità nello sport, rendendolo più fluido. Inoltre, le parole di Charlton colpivano perfettamente nel segno, spostando il discorso da un piano burocratico e sportivo a uno prettamente politico.
Da sempre sostenitore del Partito Laburista e in prima linea nelle lotte per i diritti sindacali dei calciatori e contro l’ascesa dei partiti di estrema destra, Jack Charlton aveva una sensibilità che lo portava a vedere le questioni, anche quelle del mondo del pallone, in un quadro più ampio. Col suo discorso, metteva in chiaro una questione che era innanzitutto economica. La grande migrazione irlandese e della difesa dell’identità culturale che probabilmente molti dei suoi giocatori avvertivano davvero erano fattori cruciali non tanto dietro ai successi in campo della sua squadra, ma soprattutto dietro a quelli mediatici. Arrivato con molto scetticismo per via delle sue origini, Charlton aveva saputo integrarsi bene e arrivare a farsi amare dal pubblico irlandese non solo per la competitività finalmente raggiunta dalla nazionale, ma perché amalgamando giocatori locali con i figli degli emigranti (che tendenzialmente godevano di una scarsa considerazione, nell’ambito della nazionale inglese) aveva simbolicamente ricostruito un paese spaccato da anni di diaspora economica. L’Irlanda di Jack Charlton era lo specchio di un paese ideale, in grado di riappropriarsi delle sue risorse umane sottratte dai paesi più ricchi. E che, una volta unito, poteva raggiungere risultati mai visti prima.

La loro grande battaglia, Jack Charlton e la sua Irlanda la vinsero già al match d’esordio nel girone degli Europei, quando con una rete di Ray Houghton riuscirono a sconfiggere inaspettatamente proprio l’Inghilterra. Una vittoria che aveva ovviamente un significato che andava ben oltre i confini dello sport. Nonostante il successivo pareggio con l’URSS, una sconfitta contro l’Olanda fu sufficiente per impedire all’esordiente selezione gaelica di passare il turno, ma un pezzo di storia era ormai stato scritto. Il secondo capitolo, fu aggiunto nei due anni successivi, con la storica qualificazione ai Mondiali di Italia 1990, avvenuta superando Malta, Ungheria e soprattutto l’Irlanda del Nord, in un’altro duello capace di andare ben oltre lo sport. Per la sua prima apparizione iridata, l’Irlanda si era ritoccata con l’aggiunta di nuovi oriundi (Alan McLoughlin dello Swindon Town, Andy Townsend del Norwich, e Bernie Slaven del Middlesbrough), portando a 17 giocatori su 22 la quota di nativi britannici della rosa.
Con tre pareggi contro Inghilterra, Egitto e Olanda, la piccola nazionale isolana riuscì a superare il girone, eliminando poi la Romania ai calci di rigore e perdendo solo ai quarti contro l’Italia padrona di casa. Jack Charlton riuscì a qualificare la sua squadra ancora una volta alla fase finale di una grande competizione, in occasione dei Mondiali del 1994 negli Stati Uniti, dove raggiunse gli ottavi di finale. Ma l’impatto che ebbe la sua gestione sul calcio irlandese va ben al di là dei risultati: si tratta del riscatto sportivo di un’intero paese, passata in primo luogo proprio dal riscatto di generazioni di figli della diaspora. Un fatto che eebbe poi conseguenze positive anche sul movimento locale, favorendone il rinnovamento e portando un grande interesse sul calcio in Irlanda. Tant’è vero che, nel 1994, Charlton poteva lanciare in nazionale due promettenti ragazzi nati e cresciuti sull’isola, Roy Keane e Gary Kelly.
Fonti
–PYE Steven, When Jack Charlton led Republic of Ireland to Euro 88 – thanks to Scotland, The Guardian
–OLIVARI Stefano, L’Irlanda di Jack Charlton, Guerino Sportivo


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