Sconfiggendo per 2-0 lo Zambia all’Amaan Stadium di Zanzibar il 14 novembre 1976, l’Uganda riportava finalmente a casa la CECAFA Cup, il principale torneo dell’Africa centro-orientale, nonché la più antica competizione del continente. Dopo aver vinto l’edizione casalinga del 1973, le Gru erano state sconfitte nelle due competizioni successive, che avevano invece visto trionfare Tanzania e Kenya. Oltre al valore sportivo, il trionfo del 1976 aveva un peso politico enorme per il Presidente dell’Uganda, Idi Amin, che aspirava a un ruolo egemone sulla regione ed era in pessimi rapporti soprattutto con i suoi omologhi in Tanzania e in Zambia, cioè Julius Nyerere e Kenneth Kaunda: ogni vittoria su queste nazionali era un particolare motivo di vanto. Ai giocatori ugandesi fu riservata una festa esclusiva sull’aereo del ritorno, che allungò di molto la tratta per dare loro il tempo di mangiare e bere a sazietà, e in seguito Amin organizzò per la squadra una vacanza tutta spesata a Tripoli. Per dei giocatori sostanzialmente dilettanti, era un idillio.

Essere degli sportivi di successo, nell’Uganda degli anni Settanta, significava condurre una bella vita. Pur non essendo professionisti, si poteva ottenere un impiego statale – di solito in polizia o nell’esercito – e ricevere lauti premi e regali dal Presidente, quando si otteneva una vittoria. A beneficiarne in particolare erano stati i pugili, dato che da giovane Amin era stato a sua volta un eccellente boxeur: durante il suo governo, i pugili ugandesi erano diventati i più forti in Africa, arrivando anche a ottenere importanti risultati a livello mondiale, come accaduto con John Mugabi, Ayub Kalule e Cornelius Boza-Edwards. In questo modo, gli sportivi si erano ritrovati a vivere in una bolla dorata, incapaci di accorgersi di cosa avveniva fuori dal campo. Amin era salito al potere con un colpo di stato nel 1971, iniziando una feroce campagna di repressione del dissenso: gli oppositori politici e gli intellettuali venivano rapiti dalle sue squadre della morte e impiccati. Il suo regime si fondava su un culto della personalità estremo, sulla paranoia e su una macabra strategia del terrore, che vedeva il Presidente vantarsi pubblicamente di mangiare i propri nemici.

Verità o esagerazione che fosse, quello che si nascondeva sotto il velo della propaganda era anche peggiore. Amin aveva alimentato un feroce conflitto etnico contro gli Acholi e i Lango, i due gruppi più fedeli all’ex Presidente Milton Obote, e nel 1972 aveva deciso repentinamente di espellere l’intera minoranza asiatica dal paese: circa 50.000 persone, per lo più indiani del Gujarat. Salito al potere con il sostegno di Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele, aveva presto adottato una retorica anti-occidentale e antisemita, arrivando addirittura a glorificare Adolf Hitler. Aveva orientato l’intera economia ugandese al potenziamento bellico, minacciando i paesi vicini e a rivendicandone parti di territorio. Nel frattempo la popolazione s’impoveriva e le poche ricchezze venivano concentrate nelle mani di Amin e degli alti funzionari del suo governo, che poi ne elargivano generose porzioni ai loro protetti, tra cui c’erano appunto gli sportivi. In un paese devastato dalla mano violenta della polizia segreta e piegato dalla fame e dalla povertà, i calciatori vivevano in una realtà parallela. Il patto era semplice: continuare a vincere e portare gloria al dittatore.

La Coppa d’Africa che si sarebbe tenuta nel marzo del 1978 in Ghana era quindi un’occasione d’oro. L’Uganda non era mai stato una potenza del calcio continentale, ma da quando Amin era al potere la Nazionale si era qualificata in ben due occasioni alla fase finale del torneo, nel 1972 e nel 1976, seppure uscendo al primo turno. Per l’edizione del 1978, l’obiettivo era di riuscire a fare meglio, puntando su una preparazione improntata a far rendere al meglio la squadra. Il trattamento privilegiato che i calciatori della Nazionale ricevevano permetteva loro di potersi concentrare sul calcio come nessun altro giocatore in precedenza aveva potuto fare. E anche grazie ad alcuni talenti come il capitano Jimmy Kirunda, Godfrey Kisitu, Moses Nsereko e Phillip Omondi, l’Uganda poteva ambire a essere qualcosa di più di una semplice comparsata. Così, nel giugno del 1977 le Gru ottennero la qualificazione alla Coppa, sconfiggendo l’Etiopia a Kampala grazie a una rete allo scadere del già citato Kirunda.

Uganda nazionale calcio 1976
La squadra dell’Uganda del 1976: (in piedi da sinistra) l’allenatore David Otti, Jimmy Kirunda, Ashe Mukasa, Tom Lwanga, Francis Kulabigwo, Hussein Matovu, Denis Obua e il team manager Bidandi Ssali; (in basso da sinistra) Phillip Omondi, Stanley Mubiru, Eddie Semwanga, Moses Nsereko e Leo Adraa.

Il 6 marzo, l’Uganda debuttò nella competizione con una convincente vittoria per 3-1 sul Congo dell’eccellente coppia d’attacco Paul Moukila-François M’Pelé, che solo sei anni prima aveva vinto il titolo continentale. Tre giorni dopo le Gru furono sorprese dalla Tunisia e sconfitte con il medesimo risultato, ma l’11 marzo si assicurarono il primo posto nel girone travolgendo 3-0 il Marocco campione in carica, in cui giocava la punta Ahmed Faras, Calciatore africano dell’anno nel 1975. La conferma dell’inaspettata qualità dell’Uganda arrivò dalla partita successiva, la semifinale contro la Nigeria, terza classificata nel torneo precedente e considerata una delle favorite per la vittoria finale. L’Uganda s’impose per 2-1, con reti del centrocampista Abdulla Nasur e di Omondi, autore della sua terza rete nella competizione, che lo rendeva il capocannoniere della Coppa d’Africa al pari del nigeriano Segun Odegbami.

Per la finale, l’Uganda dovette lasciare per la prima volta Kumasi, dove aveva disputato tutte le sue partite, per affrontare ad Accra il Ghana padrone di casa. Le Black Stars si presentavano con una squadra di altissimo livello: tra i pali Joe Carr, uno dei migliori portieri del continente, a centrocampo il talento di John Nketia Yawson (che pochi anni dopo avrebbe compiuto uno storico trasferimento agli uruguayani del Peñarol) e di Mohammed Polo, e in avanti l’astro nascente Karim Abdul Razak. Le possibilità per l’Uganda erano veramente risicate, ma nonostante questo le aspettative da parte del governo erano piuttosto elevate. Amin aveva promesso personalmente ai suoi calciatori case e auto nuove, in caso di vittoria. Quello che accadde ad Accra prima dell’incontro è tutt’oggi poco chiaro: i giocatori ugandesi lamentarono in seguito di aver trascorso una notte insonne a causa della mancanza di aria condizionata e pure di zanzariere nel proprio hotel. Altre testimonianze aggiungono che i tifosi ghanesi si adoperarono per fare baccano tutta la notte, e infine alcuni dei elementi delle Gru sarebbero arrivati al campo l’indomani con problemi di dissenteria.

In campo, la brillantezza dell’Uganda delle partite precedenti non si vide, e il Ghana finì per imporsi 2-0, con una doppietta del centravanti Opoku Afriyie. Anni dopo, il difensore Tom Lwanga raccontò che la sconfitta aveva generato un clima di forte sospetto tra i dirigenti della delegazione, convinti che i giocatori avessero venduto la partita. Al loro ritorno a Kampala non ci fu nessuna festa, e solo i famigliari vennero ad accogliere la squadra, reduce dal miglior risultato della sua storia. Potrebbe però essere esagerato pensare che la sconfitta nella finale della Coppa d’Africa avesse compromesso il rapporto tra Amin e i suoi calciatori: alcuni di loro, che avevano impieghi nella polizia e nell’esercito, continuarono a godere dei favori del dittatore, e ricevettero anche delle promozioni in seguito ai loro servigi in Nazionale. Tra di essi c’erano, ad esempio, l’ala sinistra Denis Obua, che era un ufficiale di polizia, e Abdulla Nasur, che lavorava nella polizia penitenziaria; altri, come Omondi, Kisitu e il portiere Paul Ssali, erano militari, impiegati nel Simba FC, la squadra dell’esercito.

Più semplicemente, Amin aveva ben altre cose a cui pensare. Dopo la clamorosa operazione condotta dalle truppe israeliane in territorio ugandese nel 1976 per liberare alcuni ostaggi, il regime africano era rimasto seriamente danneggiato sia a livello militare che di reputazione. La resistenza interna si era fatta via via più coraggiosa, mentre Amin discendeva in una follia sempre più profonda, che non risparmiava nessuno. Nel 1977, l’Express FC, che aveva vinto il titolo nazionale nel 1974 e nel 1975, venne improvvisamente bandito da tutte le competizioni, in seguito all’accusa di legami tra i suoi dirigenti e i dissidenti politici in esilio in Tanzania. In realtà, il vero motivo della squalifica era stata una recente vittoria contro il Simba FC, che aveva indispettito un importante generale. Nonostante il futile motivo, ben due giocatori dell’Express – John Ntensibe e Mike Kiganda, autori delle due reti decisive contro il Simba – vennero arrestati, e assieme a loro anche diversi tifosi, tra cui pure Becker Kazibwe, una donna che era tra le più attive sostenitrici della squadra.

Idi Amin gioca a calcio
Ex pugile e rugbista, Amin aveva praticato anche il nuoto: in questa foto lo si vede invece (ultimo a destra) mentre gioca a calcio insieme ad alcuni dei suoi ministri.

Durante i suoi tre mesi di permanenza in carcere, Ntensibe assistette alla tortura e all’uccisione di diversi prigionieri politici, ma a lui e a Kiganda non venne fatto alcun male. Riconosciuti dai militari che li avevano in custodia, poterono godere di un trattamento di favore: ancora una volta, essere sportivi significava essere un po’ più che semplici cittadini. Qualcosa di simile accadde anche a due noti giornalisti sportivi, Douglas Nsubuga e Kiremerwa Kigongo, arrestati con accuse poco chiare e, una volta identificati, rilasciati dopo poco tempo. Ciò non toglie che la prigionia a Makindye fu molto provante per Ntensibe, che anni dopo raccontò di essere stato costretto a trasportare diversi cadaveri nella vicina foresta, per seppellirli in delle fosse comuni. Tra questi corpi, l’ala sinistra dell’Express riconobbe tre delle più note vittime del regime di Amin: gli ex ministri Erinayo Oryema e Charles Oboth Ofumbi, e l’arcivescovo Janan Luwum.

Sempre più paranoico e in crisi di consenso, e senza una vittoria nella Coppa d’Africa per rinforzare la propria propaganda nazionalista, nell’ottobre del 1978 Amin decise di attaccare la Tanzania e chiudere i conti col suo vecchio nemico Julius Nyerere. Fu una mossa disperata: nonostante il supporto dell’esercito libico del suo alleato Gheddafi, Amin si ritrovò presto con le truppe tanzaniane a Kampala, supportate dai ribelli e dagli esiliati ugandesi. All’inizio del 1979, nel tentativo forse di mostrare un po’ di moderazione, cancellò la squalifica dell’Express FC. Ad aprile, però, la guerra era stata ormai catastroficamente persa, e il dittatore ugandese fuggì in aereo in direzione di Tripoli. All’inizio del 1980, Amin si spostò in Iraq da Saddam Hussein, da cui poi si trasferì in esilio permanente in Arabia Saudita, dove sarebbe morto nel 2003.

Nel frattempo, in Uganda, coloro che lo sport aveva reso eroi durante gli anni del regime si trasformarono in paria. Fred Isabirye e Meddie Lubega, che avevano fatto parte della Nazionale del 1976 e di quella del 1978, furono catturati e giustiziati in quanto membri dell’esercito. Nasur scappò in Kenya con la moglie e i quattro figli, ma appena passato il confine venne arrestato e incarcerato, dato che il Kenya, ostile ad Amin, non accettava profughi ugandesi, sospettati di essere collaboratori del vecchio regime. A salvarlo fu ancora una volta lo sport: venne riconosciuto da Joe Kadenge – leggenda del calcio keniota degli anni Sessanta e, a quel tempo, stimato allenatore – che convinse le autorità a lasciarlo andare. Altri – Jimmy Kirunda, Tom Lwanga e Phillip Omondi – riuscirono a lasciare il paese prima che la situazione diventasse troppo ostile, proseguendo la propria carriera negli Emirati Arabi Uniti. Negli anni successivi, delle inchieste avrebbero stabilito che, in soli otto anni di governo, Idi Amin aveva fatto uccidere circa 500.000 persone.

Nella foto di copertina, la Nazionale dell’Uganda che giocò la finale della Coppa d’Africa del 1978.

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Fonti

GACHUHI Roy, How to reward winning sportsmen, the Field Marshal Idi Amin Dada way, Daily Nation

MACGUIRE Eoghan, Africa Cup of Nations: The Ugandan ‘Cranes’ that touched the stars and pleased a murderous dictator, CNN

MUGGAGA Robert, Football: The Sport that United Killer Idi Amin and his Ugandan Victims, Play the Game

The jailed footballer who carried Archbishop Luwum’s body, Monitor

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