L’indipendenza era stata tanto agognata quanto effimera. Le grandi speranze trasportate dalla voce di Patrice Lumumba si erano dissolte in fretta come il suo governo, durato pochi mesi prima di essere travolto dalla guerra civile, e lo stesso Lumumba catturato e ucciso dalle truppe del generale Joseph-Désiré Mobutu. Mentre s’impegnava a sedare i conflitti e ad assicurarsi il controllo di tutto il paese, il generale iniziava anche a pensare di rimpatriare i calciatori emigrati all’estero negli anni passati. Mobutu aveva in mente un feroce nazionalismo altamente simbolico, basato sul controllo delle risorse congolesi, fossero esse minerarie o sportive. Nel 1965, dopo aver deposto anche il Presidente Joseph Kasa-Vubu, assumeva il pieno potere, e poteva così dare il via al suo progetto: iniziava il ritorno dei calciatori a Léopoldville, che da quel momento in avanti sarebbe divenuta nota con il suo nome in lingala, cioé Kinshasa.

Il Congo era stata una delle colonie europee in cui il calcio si era diffuso più rapidamente ed efficacemente. Il prete missionario Raphaël de la Kethulle, detto amichevolmente Tata Raphaël, aveva dato grande impulso al gioco attraverso la sua scuola – la cui squadra era il Falcon Daring, nel 1949 diventato il CS Imana – affermandosi come il padre del calcio congolese. Da lì il fenomeno si era espanso fino a diventare un tratto imprescindibile della cultura locale. Ma il calcio congolese mancava di un’organizzazione strutturale e professionistica, e come molte risorse del paese era esposta all’espropriazione da parte dei colonizzatori europei. Sebbene fosse a tutti gli effetti un possedimento del Belgio, il primo caso di espatrio di un calciatore congolese fu verso il Portogallo: nel 1954, l’attaccante del Victoria Club Léon Mokuna, allievo prefiletto di Tata Raphaël, era stato convinto a unirsi allo Sporting Lisbona, che dopo una tournée nella colonia portoghese dell’Angola aveva fatto un’amichevole a Léopoldville. Tre anni dopo, Mokuna tornò brevemente a casa per poi prendere la via del Belgio, giocando prima con il Gent e poi con il SV Waregem.

La sua esperienza pionieristica aveva aperto le porte dell’Europa ai sempre più competitivi campioni del calcio congolese. Nel 1959, anche Nicodème Kabamba, punta del CS Imana, si era trasferito in Belgo per giocare con lo Standard Liegi, in coppia con l’eccezionale regista Paul Bonga Bonga. Insieme, i due fecero la fortuna dello Standard, portandolo a vincere tre scudetti e raggiungendo una storica semifinale di Coppa dei Campioni nel 1962. Bonga Bonga divenne, assieme al mozambicano Eusébio, il più importante calciatore africano al mondo: nel 1960 venne premiato come calciatore dell’anno del campionato belga, alla pari con la stella dell’Anderlecht Paul van Himst, e nel 1961 venne inserito dalla rivista World Soccer nell’11 ideale dei migliori calciatori dell’anno attivi in Europa. Nel frattempo, altri talenti del calcio congolese avevano lasciato la madrepatria: un terzetto composto da Pierre Mwana Kasongo, Patrice Kimone e Stanislas Kalamba passò a vestire la maglia del SC Vervietois, mentre il difensore centrale Julien Kialunda si trasferiva dal Daring Léopoldville all’Union Saint-Gilloise.

La crisi del Congo del 1961 non fece che accelerare la fuga: la guerra civile portò almeno 25 calciatori locali a fuggire in Belgio tra il 1961 e il 1963, l’anno in cui il governo di Kasa-Vubu, appoggiato militarmente dal giovane Mobutu, riprendeva il controllo della repubblica separatista del Katanga. Il ritorno (temporaneo) della stabilità convinse a tornare qualche giocatore dall’Europa, come ad esempio Kabamba, ma il grosso dei belgicains – cioè dei belgi-africani – rimase dov’era. Fu solo con l’ascesa al potere dello stesso Mobutu che poté iniziare un piano di rimpatrio. Dopo l’umiliante sconfitta subita in casa contro il Ghana per 3-0 nel 1965, il nuovo Presidente decise che il calcio doveva diventare una delle massime priorità del suo governo. Nonostante Mobutu stesse sviluppando la sua ideologia dell’autenticité, ovverosia del ritorno alle tradizioni autentiche del popolo congolese e al rifiuto di nomi e tradizioni coloniali, il colonnelo dimostrava di avere una prospettiva sullo sport non dissimile da quella dei dittatori europei di qualche decennio prima. Una nazionale forte significa un paese forte: il calcio era lo specchio della politica.

Lo Standard Liegi di fine anni Cinquanta e inizio anni Sessanta: Bonga Bonga è l’unico nero della formazione.

Il primo a tornare fu Léon Mokuna, ormai 37enne, che venne scelto come ct della squadra congolese in vista della sua prima partecipazione alla Coppa d’Africa, in Tunisia nel 1965. Il governo iniziò a investire massicciamente nel calcio, trasformando i giocatori in una delle èlite più importanti del paese per tenore di vita e prestigio sociale, spingendo sempre più atleti a rientrare dall’estero. Per sincerarsi che non lasciassero più Kinshasa, Mobutu proclamò nel 1966 una nuova legge che vieteva a tutti i cittadini di abbandonare il Congo senza il permesso presidenziale. Chi ancora non si era convinto a fare ritorno, venne persuaso con l’inganno: in vista della Coppa d’Africa del 1968, per la prima volta fu possibile convocare i giocatori militanti all’estero, e così in nazionale poté finalmente giocare anche Mwana Kasongo, nel frattempo trasferitosi al Gent. Grazie alla sua esperienza e a una giovane generazione di talenti emersi in particolare dal Tout Puissant Englebert, il Congo riuscì a sorpresa a conquistare il titolo continentale. Ma alla fine del torneo Mwana Kasongo scoprì che non poteva più fare ritorno in Europa.

Nel 1972, in conclusione, anche l’ormai ritirato Bonga Bonga rientrò nel paese, assumendo la carica di allenatore del CS Imana. Tutto era cambiato, rispetto a quanto il centrocampista aveva lasciato Léopoldville: la città ora si chiamava Kinshasa, lo stato aveva cambiato nome in Zaire, i cittadini erano stati costretti a non portare più abiti occidentali ma quelli tradizionali congolesi, e anche i loro nomi di battesimo erano stati cambiati. Joseph-Désiré Mobutu era ora noto come Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu Wa Zabanga, cioè “Mobutu il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che nessuno possa fermarlo”, e invece di un cappello militare portava un copricapo africano rivestito di pelle di leopardo. Anche la nazionale aveva cambiato nome: i tifosi erano abituati a chiamare i loro beniamini Les Lions, ma il progetto di rivoluzione culturale e linguistica del Presidente aveva imposto come nuovo soprannome Les Léopards.

Solo uno dei campioni belgicains ancora non era rientrato: si trattava del più importante e giovane, Julien Kialunda, che in quel momento era la colonna della difesa dell’Anderlecht, la squadra più forte del Belgio e una delle più importanti d’Europa. Era nato nel 1940 a Matadi, una città sulle rive del fiume Congo, e in quel momento era certamente il calciatore zairese più famoso e rispettato al mondo. Autorevole in campo, Kialunda era una star anche fuori dall’ambito sportivo, a Bruxelles: i lauti guadagni ottenuti giocando con l’Anderlecht gli avevano permesso di aprire un locale notturno nel quartiere di Matonge, che con piglio molto irriverente aveva chiamato Le Vatican. Era frequentato ovviamente da calciatori, ma anche da musicisti e addirittura da diplomatici. Per questo motivo, nell’ambiente della bella vita di Bruxelles, Kialunda era noto come “il Papa di Matonge”.

Per Mobutu e le sue ambizioni politico sportive era imprescindibile che il miglior calciatore zairese in attività tornasse in patria, ma la cosa si rivelò molto più complessa del previsto. Il Presidente arrivò a offrire all’Anderlecht di pagare di prima persona il trasferimento di Kialunda a un club africano, ma la trattativa era impossibile, sia per volontà della squadra belga che del giocatore. Il difensore non aveva alcuna intenzione di rinunciare alla sua vita agiata e tranquilla a Bruxelles, per fare ritorno nella sua problematica terra d’origine. L’unico compromesso che si riuscì a trovare fu, nel 1972, di far aggregare Kialunda alla squadra nazionale che doveva disputare la Coppa d’Africa in Camerun. Un’esperienza breve e nemmeno troppo soddisfacente, visto che Les Léopards non andarono oltre il quarto posto. Non più giovanissimo, Kialunda era ormai alla fine dei suoi anni d’oro, e nella stagione seguente sarebbe passato nel piccolo club belga Léopold FC, con cui avrebbe continuato a giocare però fino al 1980. Nel frattempo, la Coppa d’Africa in Camerun aveva messo in mostra un nuovo giovane difensore centrale del TP Englebert (nel frattempo rinominato TP Mazembe), destinato a diventare l’erede di Kialunda: Bwanga Tshimen.

Kialunda con la maglia dell’Anderlecht, con cui ha vinto quatto scudetti, due Coppe del Belgio e ha disputato i quarti di finale di Coppa dei Campioni e una finale di Coppa delle Fiere.

Con una squadra interamente composta da giocatori locali, nel 1974 lo Zaire tornò a vincere la Coppa d’Africa e ottenne anche la qualificazione ai Mondiali, diventando il primo paese dell’area subsahariana a prendere parte al torneo. In panchina, accanto allo jugoslavo Blagoja Vidinić, sedeva anche Nicodème Kabamba. Per Mobutu, quella divenne l’occasione per mostrare al mondo la forza del suo paese, e davanti ai risultati deludenti della squadra non seppe che reagire con minacce di ritorsioni, rivelando il vero volto del suo regime: i calciatori contavano qualcosa solo finché erano utili all’immagine del potere. Mokuna, che aveva rivestito il ruolo di ct fino al 1970 ed era ancora una leggenda del calcio locale, uscì dalle grazie del dittatore e tutte le sue proprietà vennero confiscate. In un regime sempre più repressivo e corrotto, chi poteva si giocava le proprie carte e tentava la fuga: nel 1981, Kakoko Etepé, centravanti del CS Imana e nazionale del 1974, riuscì a lasciare lo Zaire e raggiungere la Germania, dove giocò fino al 1985 con le maglie di Stoccarda, Saarbrücken e Borussia Neunkirchen. Un altro dei giocatori del 1974, il centrocampista Ricky Mavuba, dopo il ritiro poté trasferirsi in Angola grazie alla cittadinanza della moglie, e da lì nel 1984 partì via nave per la Francia.

Infine, Julien Kialunda a Kinshasa tornò davvero, andando ancora una volta controcorrente. Negli anni Ottanta accettò di dirigere la nazionale dello Zaire, ma non ottenne grande successo: la cleptocrazia di Mobutu aveva finito per distruggere anche le fondamenta del calcio locale, ormai sopravanzato da paesi come Camerun e Nigeria. Nel 1987, Kialunda scoprì di avere contratto l’AIDS, e decise così di tornare in Belgio prima di morire. Molti anni dopo, alcuni calciatori belgi figli di immigrati congolesi in fuga dal regime di Mobutu – Mbo ed Émile Mpenza, Mohamed Tchité, Anthony Vanden Borre – hanno dato vita a una fondazione a lui intitolata che si occupa di varie cause umanitarie e sociali nella Repubblica Democratica del Congo, il nuovo nome dello Zaire dopo la deposizione, nel 1997, di Mobutu.

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Fonti

DIETSCHY Paul, Football Players’ Migrations: a Political Stake, Historical Social Research, Vol. 31, No. 1 (115)

MEZAHI Maher, How Mobutu Sese Seko powered Zaire to two Afcon titles and a World Cup appearance, African Five-a-side podcast

JACKSON Ben, Julien Kialunda: The Man Even President Mobutu Couldn’t Afford, One Football

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