Pagato 127 milioni di pesetas, nel 1979 Laurie Cunningham divenne l’acquisto più costoso della storia del Real Madrid e il primo calciatore britannico dei Blancos. I tifosi spagnoli lo avevano visto da vicino la stagione precedente, quando si era reso protagonista di due ottime partite contro il Valencia in Coppa UEFA con la maglia del West Bromwich Albion, segnando anche la rete del momentaneo vantaggio inglese al Mestalla nella gara di andata. Cunningham aveva 23 anni ed era riconosciuto come una delle migliori ali destre in circolazione, ma oltre a questo era anche uno dei rarissimi calciatori europei neri presenti a quel tempo, cosa che in Inghilterra gli aveva causato non pochi problemi, soprattutto al momento del suo debutto in Nazionale contro il Galles, nel maggio precedente. Al Real, sarebbe stato il primo nero dai tempi del brasiliano Didi, che aveva vestito la maglia dei madrileni tra il 1959 e il 1960.
Era nato nel quartiere popolare di North London in una famiglia di origini giamaicane, in un’epoca in cui era molto difficile che un club inglese di primo piano arruolasse dei neri nel proprio settore giovanile. Era stato infatti rifiutato dall’Arsenal, e aveva così dovuto ripiegare su un club meno blasonato come il Leyton Orient, con cui aveva poi debuttato appena 18enne, nel 1974 in Second Division. Veloce e molto tecnico, Cunningham ci mise poco per conquistarsi una crescente fama nelle serie minori inglesi, e già nel 1976 si trasferì al West Brom, appena promosso in First Division. Nelle tre stagioni successive, fu protagonista dell’epoca d’oro dei Baggies, quando alla squadra si unirono prima la giovane punta Cyrille Regis e poi il terzino destro Brendan Batson, dando vita a un formidabile terzetto di giocatori neri che rivestirono un ruolo pionieristico nell’affermazione degli afrodiscendenti nel calcio britannico.
Nel 1978, il West Brom aveva raggiunto la semifinale della FA Cup, ottenendo la qualificazione alla Coppa UEFA dell’anno successivo. In campionato, nel 1979 chiuse addirittura al terzo posto, dietro al Liverpool di Bob Paisley e al Nottingham Forest di Brian Clough, che all’epoca erano le due squadre più forti d’Europa (i Reds avevano vinto la Coppa dei Campioni del 1978, mentre il Forest conquistò le due edizioni consecutive). Cunningham fu tra i giocatori più determinanti di quell’annata, in cui il WBA raggiunse anche i quarti di finale della Coppa UEFA. Ma la promettente ala destra londinese si faceva notare anche fuori dal campo, soprattutto nell’ambiente dei soulboys, una sottocultura giovanile britannica degli anni Settanta, diffusa soprattutto tra i ragazzi neri dei quartieri proletari. Aveva gusto nel vestire e gli piaceva uscire la sera per frequentare i locali in cui si ballavano il soul e il funk che arrivavano da oltre oceano. Forse era anche per quel motivo che il suo allenatore, Ron Atkinson, aveva ribattezzato lui, Regis e Batson “The Three Degrees”, come un celebre terzetto soul femminile originario di Philadelphia.
Le sue qualità da ballerino divennero celebri nell’underground londinese tanto quanto quelle da calciatore lo erano sulle pagine della stampa sportiva. Cunningham frequentava locali come il Crackers e il Tottenham Royal, dove nel 1975 conobbe Nikki Hare-Brown, una ragazza bianca appassionata come lui di musica, che di lì a poco sarebbe diventata la sua fidanzata. I due non erano legati unicamente dall’amore per il ballo, ma anche dalla vicinanza al movimento britannico per i diritti civili, in anni in cui i neofascisti del National Front stavano guadagnando consensi nel Regno Unito. In campo, Cunningham riceveva insulti di vario tipo, dal lancio di banane ai cori da scimmia: per questo, il suo essere un calciatore era inscindibile dall’essere una persona nera, e le sue giocate diventavano implicitamente un atto politico. Nel 1975, il Sunday Times Magazine gli aveva dedicato un articolo domandandosi se sarebbe potuto essere il primo nero a vestire la maglia dell’Inghilterra: ci riuscì nell’aprile del 1977, quando debuttò con la Nazionale U21 (anche se già sei anni prima il semisconosciuto Benjamin Odeje aveva vestito la divisa dei Three Lions con una selezione studentesca). Non divenne però il primo nero a giocare con la Nazionale maggiore, venendo anticipato di qualche mese dal difensore Viv Anderson.

La scelta di lasciare l’Inghilterra per la Spagna era stata senza dubbio sorprendente, considerando che era raro per un calciatore britannico del suo livello abbandonare la First Division. Tuttavia, le cose stavano cambiando: due anni prima, la stella del Liverpool Kevin Keegan si era trasferito all’Amburgo, andando a ricevere uno stipendio da 122.000 sterline all’anno, a dispetto delle sole 22.000 che percepiva nel Regno Unito. La situazione di Cunningham era simile: il Real Madrid gli aveva sottoposto un contratto faraonico da 90 milioni di pesetas in cinque anni, che equivalevano sostanzialmente a 134.000 sterline a stagione, rendendolo così il calciatore inglese più pagato al mondo. Il razzismo, però, aveva probabilmente avuto un qualche peso nella decisione di trasferirsi, visto che, quando aveva ricevuto la sua prima convocazione con l’Inghilterra, si era visto prima recapitare un proiettile per posta, e poi qualcuno gli aveva lanciato una bottiglia incendiaria contro la porta di casa.
A Madrid lo aveva voluto il nuovo allenatore dei Blancos, Vujadin Boškov, per formare un tridente offensivo di valore internazionale con l’ala sinistra Juanito e il centravanti Santillana. Assieme a giocatori come Mariano García Remón, José Antonio Camacho, Goyo Benito, Vicente del Bosque e Uli Stielike, Laurie Cunningham andava a completare una squadra che, dopo il titolo nazionale dell’anno prima, doveva puntare a riportare il Real sul tetto d’Europa per la prima volta dal 1966. La doppietta con cui si presentò al pubblico madrileno sembrava preconizzare un futuro di grandi successi, ma in realtà l’ambientamento in Spagna si rivelò più difficile del previsto. Cunningham non fu bene accolto dal resto della squadra, soprattutto per via del suo stipendio, che generava molte gelosie, in un periodo in cui, poco dopo la fine dell’epoca franchista, i calciatori locali stavano protestando con i loro club per ricevere contratti migliori: giusto la primavera precedente, si era tenuto il primo sciopero del calcio spagnolo.
C’erano anche altri motivi di conflitto, però. In Inghilterra, le società concedevano molte libertà ai giocatori, tra cui quella di uscire la sera, cosa che invece al Real non era permessa. Ma, nella città in cui stava nascendo la Movida, Cunningham non era tipo da chiudersi in casa: quando un paparazzo lo fotografò con Nikki al Pachá, una delle discoteche più in voga in città, mentre ballava tranquillo nonostante avesse un piede ingessato, il Real lo multò per un milione di pesetas. Si aggiungevano anche i moralismi dovuti al suo rapporto con la compagna: la Spagna era un paese molto cattolico e conservatore, e l’idea che i due convivessero senza essere sposati era vista con un certo fastidio. Finì per diventare oggetto delle attenzioni ossessive della stampa scandalistica, con il Real Madrid che faceva pressioni perché si sposasse, regolarizzando la sua situazione. A peggiorare le cose, infine, subentrarono gli infortuni, in parte dovuti pure al duro trattamento riservatogli dai difensori avversari. La stella inglese brillò soprattutto nella sua prima stagione al Real, arrivando alla conquista del campionato e della Coppa del Re, oltre che a una semifinale di Coppa dei Campioni. Nel febbraio 1980, la sua prestazione superba nella vittoria per 2-0 del Real in casa del Barcellona gli valse un’insolita ovazione da parte del Camp Nou.
Ma già nell’annata seguente i problemi fisici ne limitarono l’impiego in campo, sebbene riuscì lo stesso a mettere a segno ben 7 reti in 17 partite, sfiorando anche la conquista del titolo continentale. Proprio la finale persa a Parigi contro il Liverpool segnò però l’inizio della fine della sua avventura coi Blancos: il club insistette per farlo giocare, sebbene fosse convalescente e non al massimo della forma, e la sua prestazione fu del tutto impalpabile. Nella stagione 1981/82 vide il campo appena otto volte, e nella primavera del 1983 iniziò a peregrinare in giro per l’Europa: passò, senza lasciare il segno, dal Manchester United (chiamato da Atkinson, suo allenatore al West Brom), per poi recuperare la forma con lo Sporting Gijón e il Marsiglia, ma nel 1985 si ritrovò nuovamente a fare il conto con diversi infortuni, durante il periodo al Leicester City. Nel 1986 tornò a Madrid, ma per giocare in seconda divisione con il Rayo Vallecano, e visse quella che è stata senza dubbio la sua migliore annata dai tempi del trasferimento al Real. Ma non fu un’occasione di rilancio, perché l’anno dopo era di nuovo a raccogliere manciate di presenze al Wimbledon, e in seguito in Belgio con lo Charleroi.

Nel 1988, Laurie Cunningham fece nuovamente ritorno al Rayo, la squadra con cui aveva maggiormente legato nel corso della sua carriera. A 32 anni, lo scatto e l’agilità che avevano contraddistinto i suoi anni d’oro non erano più quelli di un tempo, e il suo gioco era necessariamente cambiato, facendo maggiore affidamento sulla tecnica e sul controllo di palla. Ma Vallecas era un ambiente ideale per lui: un quartiere popolare e con tanti immigrati neri, come quello in cui era cresciuto; una squadra profondamente radicata sul territorio, con una tifoseria working-class molto attiva che lo aveva immediatamente eletto a proprio idolo, sebbene non fosse più il campione di un tempo. Fu una stagione da ricordare, al termine della quale il Rayo Vallecano arrivò al secondo posto in classifica e ottenne la promozione in Primera División.
Il sogno di un ritorno al Bernabéu, però, non si realizzò mai. Il 15 luglio 1989 ebbe un incidente d’auto, venendo sbalzato fuori dalla sua Seat Ibiza mentre rientrava a Madrid, viaggiando oltre il limite di velocità consentito e senza indossare la cintura di sicurezza. Lasciò una moglie – Sylvia Sendin-Soria, che aveva sposato nel 1988 – e un figlio. Nonostante la sua carriera sfortunata e al di sotto delle promesse, Laurie Cunningham era stato un’icona per tanti ragazzi neri dei quartieri popolari, arrivando a conquistarsi una fama fino a quel momento impensabile in Inghilterra e aprendo la strada per tanti che sarebbero venuti dopo.
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Plaudo a questo articolo perché cita ben due idoli: Cunningham, e Boskov. Per altro, non sapevo che quest’ultimo avesse allenato il Real.
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