Pagato 127 milioni di pesetas, nel 1979 Laurie Cunningham divenne l’acquisto più costoso della storia del Real Madrid e il primo calciatore britannico dei Blancos. I tifosi spagnoli lo avevano visto da vicino la stagione precedente, quando si era reso protagonista di due ottime partite contro il Valencia in Coppa UEFA con la maglia del West Bromwich Albion, segnando anche la rete del momentaneo vantaggio inglese al Mestalla nella gara di andata. Cunningham aveva 23 anni ed era riconosciuto come una delle migliori ali destre in circolazione, ma oltre a questo era anche uno dei rarissimi calciatori europei neri presenti a quel tempo, cosa che in Inghilterra gli aveva causato non pochi problemi, soprattutto al momento del suo debutto in Nazionale contro il Galles, nel maggio precedente. Al Real, sarebbe stato il primo nero dai tempi del brasiliano Didi, che aveva vestito la maglia dei madrileni tra il 1959 e il 1960.
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L’israeliano che ha plasmato il calcio moderno in Europa
Il trasferimento di Rio Ferdinand dal Leeds United al Manchester United, nel luglio 2002, è uno di quelli che scuote il calciomercato europeo. Ferdinand ha 24 anni ed è considerato uno dei migliori difensori al mondo e arriva alla corte di Alex Ferguson per sostituire il veterano Denis Irwin, che ha lasciato i Red Devils dopo dodici anni di militanza. Lo United paga 30 milioni di sterline per il centrale del Leeds, facendone il giocatore britannico più costoso della storia e anche il difensore più caro di sempre. Alla cifra, i Red Devils aggiungono però anche 1,13 milioni di sterline di commissione, che vanno a un uomo che sta iniziando a farsi notare nel mondo del football: è un 47enne israeliano di nome Pini Zahavi. I tifosi inglesi lo conoscono pochissimo, ma è una delle figure più influenti del calcio europeo e una sorta di deus ex machina del mondo dei trasferimenti.
Continua a leggere “L’israeliano che ha plasmato il calcio moderno in Europa”L’unico calciatore a non fare il saluto nazista
La data era stata fissata per il 14 maggio 1938, e la sede sarebbe stata ovviamente l’Olympiastadion di Berlino, edificato per i sontuosi Giochi Olimpici di due anni prima. Non era la prima volta che l’Inghilterra affrontava la Germania in trasferta, ma di certo sarebbe stata diversa da tutte le altre. Molte cose erano successe, nel paese tedesco, dai tempi dell’ultima amichevole berlinese tra le due squadre, disputatasi il 10 maggio 1930 nel vecchio Deutsches Stadion, il predecessore dell’attuale impianto della Capitale. I tesi rapporti diplomatici tra il governo inglese del conservatore Neville Chamberlain e quello tedesco del Führer Adolf Hitler non facilitavano certo l’organizzazione di una partita di calcio, anche se sarebbe stato assurdo confondere lo sport con la politica. Però il contorno di quell’incontro era chiaro a tutti, e lo fu ancora di più quando Stanley Rous, il presidente della Football Association, avvertì il capitano dell’Inghilterra Eddie Hapgood che dalla squadra ci aspettava che osservasse l’inno tedesco esibendosi nel saluto col braccio teso.
Continua a leggere “L’unico calciatore a non fare il saluto nazista”L’incubo thailandese del Manchester City di Thaksin Shinawatra
Arriva un terremoto, sulla sponda azzurra di Manchester, nell’estate del 2007. Il club è da cinque anni tornato finalmente a competere nella Premier League, ma i grandi sogni di gloria dei tifosi si sono infranti sulle prestazioni non proprio eccezionali della squadra. Adesso, però, le cose stanno per cambiare: uno degli uomini più ricchi del mondo ha preso il controllo del club e annuncia di volerlo portare ai vertici del calcio europeo. Si chiama Thaksin Shinawatra, ed è un potente imprenditore thailandese con una controversa storia politica alle spalle: nel giugno 2007 fa a John Wardle un’offerta da 81,6 milioni di sterline per ottenere la proprietà del City, e in breve assume il controllo del club. Nel giro di pochi giorni, annuncia già il nuovo allenatore: l’ex-ct dell’Inghilterra Sven-Göran Eriksson firma un contratto triennale da 9 milioni di sterline complessivi, e a sua disposizione avrà un budget da 50 milioni, tra i più cospicui del campionato.
Continua a leggere “L’incubo thailandese del Manchester City di Thaksin Shinawatra”Come ti ammazzo il Wimbledon
Continua a leggere “Come ti ammazzo il Wimbledon”“Il modo migliore per guardare una partita del Wimbledon è sul Televideo.” – Gary Lineker
Al-Jaber, il primo saudita del calcio europeo
L’Arabia Saudita, per i tifosi di calcio europei, era una galoppata, gesto tecnico ideale in un paese rinomato da secoli per i suoi eleganti cavalieri beduini. La galoppata era quella di Saeed Al-Owairan dentro la metà campo del Belgio ai Mondiali del 1994, che era valsa al trequartista dell’Al-Shabab il nomignolo di Maradona del deserto, e che aveva condotto la Nazionale araba a un’incredibile qualificazione agli ottavi di finale del torneo. Ma all’epoca il calcio europeo non era ancora pronto ad accogliere un calciatore arabo, e comunque la legge in Arabia Saudita impediva il trasferimento all’estero dei calciatori, una misura protezionistica che aveva permesso però una forte crescita del calcio locale nei dieci anni precedenti. Qualche anno dopo il regolamento fu derogato, per internazionalizzare il football saudita, ma per l’ultratrentenne Al-Owairan – che nel frattempo non aveva proprio brillato ai Mondiali del 1998 – era troppo tardi. La strada dell’Europa sarebbe allora stata imboccata dal suo erede, Sami Al-Jaber.
Continua a leggere “Al-Jaber, il primo saudita del calcio europeo”“Football is Coming Home”: ma l’Inghilterra è davvero la patria del calcio?
Ogni volta può essere la volta buona per vedere il calcio tornare a casa. L’Inghilterra insegue questo sogno dal 1966 – anche se lo slogan Football comes home, con tutte le sue possibili varianti, risale appena al 1996 – quello di tornare a vincere un torneo internazionale dopo il Mondiale casalingo di Banks, Moore e Charlton (almeno a livello maschile: le donne sono campionesse d’Europa in carica). Come una sorta di “destino manifesto” britannico in salsa sportiva: qui è nato e qui ne siamo proprietari di diritto; gli altri ne possono essere al massimo dei gestori. Nazionalismo sportivo, se vogliamo proprio vogliamo dirla tutta. Un’Inghilterra ormai decadente, privata di quell’impero (convenzionalmente detto “britannico”, ma in realtà sempre inglese) che per quasi quattro secoli ne è stato l’immagine e il vanto, a cui oggi non resta che il pallone a cui aggrapparsi come simbolo identitario e mito fondante della Englishness. Ma quanto c’è di vero sotto tutta questa retorica? In realtà, meno di quanto si pensi.
Continua a leggere ““Football is Coming Home”: ma l’Inghilterra è davvero la patria del calcio?”L’anglo-italiano: una storia del calciomercato
6-0. È la peggior sconfitta della storia inglese. Per gli italiani, che sono campioni del mondo in carica, è una vittoria storica, che vendica il 2-3 subito a Wembley nel 1934. Ovviamente è tutta una fantasia: ad affrontarsi non sono state due nazionali, ma delle selezioni locali, da una parte un gruppo di soldati britannici e dall’altra dei ragazzi di Soverato, vicino Catanzaro. I soldati sono arrivati da qualche mese: nell’estate del 1943 hanno iniziato a bombardare la zona, per neutralizzare l’insidiosa batteria di contraerea locale, poi sono sbarcati e hanno occupato la città. La guerra si sta mettendo abbastanza bene, dopo l’8 settembre l’Italia ha abbandonato la Germania e si è ritirata dal conflitto. Soverato adesso è già nelle retrovie, e il calcio è il modo migliore per passare il tempo. In questa zona così remota del Sud Italia, i soldati alleati hanno trovato un ragazzo di 18 anni che gioca in porta e che sa parlare inglese, che ha fatto da tramite per organizzare la partita. Il suo nome è Gigi Peronace, e mentre la guerra si avvia verso la fine lui inizia a porre le basi per rivoluzionare il mondo del calcio.
Continua a leggere “L’anglo-italiano: una storia del calciomercato”Inghilterra, 1977: il calcio contro i nazisti
Suona un campanello d’allarme: i nazisti stanno conquistando il Regno Unito. Alle elezioni amministrative di Londra del 1977, hanno raccolto 119.000 voti nei vari comuni, il 5% del voto totale, quando solo quattro anni prima non raggiungevano nemmeno lontanamente l’1%. Negli ultimi tempi, il loro movimento, il National Front, è in costante ascesa: solo l’anno precedente, ha ottenuto circa il 21% dei voti a Sandwell e a Wolverhampton, il 18,5% a Leicester, il 17% a Watford. I militanti nazisti sono numerosi e più visibili che mai nelle strade, ma ancora peggio le loro idee si stanno spargendo rapidamente anche al di fuori del partito. Nell’agosto del 1976, sul palco di Birmingham, la rockstar Eric Clapton ha invitato il pubblico a votare per il conservatore Enoch Powell, ex-Ministro della Difesa, per impedire che la Gran Bretagna diventi “una colonia di neri”. Ma se la musica fa scalpore, la lenta ascesa del National Front deve moltissimo agli stadi di calcio.
Continua a leggere “Inghilterra, 1977: il calcio contro i nazisti”Aveva ragione Paul Ince
Lui gioca a calcio, e sa da anni che nel suo mestiere bisogna prendersi gli applausi come i fischi. Ma c’è un limite che non può essere superato, che è quello della schifosa parola con la ‘n’ che centinaia di tifosi avversari gli riversano addosso. Così, Paul Ince si ferma e risponde con un applauso sarcastico ai sostenitori della Cremonese. L’arbitro, Graziano Cesari, gli va incontro e lo ammonisce: non si provocano i tifosi, dice il regolamento. “Penso che in Italia la Federazione dovrebbe prendere delle decisioni forti. – spiega Ince, intervistato dopo il match – Il rischio è che i giocatori di colore, e nel mondo ce ne sono tanti di bravi, abbiano dei dubbi a venire in Italia. Non sarebbe un bene per questo calcio”. È il 6 aprile 1996, e questo ragazzo inglese di 28 anni ha dato un allarme. Nessuno lo ascolterà.
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