La Grande Serie A era una truffa

Che fine ha fatto la bella Serie A di una volta?, si chiede ogni tanto qualche nostalgico. Persiste ancora, nel nostro calcio, il ricordo mitico di quel periodo tra gli anni Novanta e i primi Duemila in cui il campionato annoverava i migliori calciatori del mondo e le squadre più competitive e vincenti d’Europa, prima che la crisi ci trascinasse nel purgatorio degli ultimi tempi. Crisi deriva da un termine greco, krisis, che significa “scelta, decisione”: la crisi è la diretta conseguenza di una decisione – degli eccessi dell’epoca d’oro – è il suo doposbornia.

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Il cameriere e lo Slavia

Jindřich Trpišovsky è uno degli allenatori di culto di questi anni, grazie ai risultati del suo Slavia Praga. Calcio proletario e di periferia, all’inseguimento del centro.

La vita di Jindřich Trpišovský segue uno schema ben preciso: sveglia alle 7, per le 8 è davanti al pub, apre le porte e inizia a servire i clienti del mattino, che siccome siamo in un quartiere molto lontano dalla Praga che tutti conoscono sono sempre gli stessi; alle dieci arriva la collega a dargli il cambio e lui corre al campo sportivo per dirigere l’allenamento; poi c’è la pausa pranzo, che significa che deve tornare al locale a guadagnarsi la giornata; alle cinque di nuovo al campo, per l’allenamento del pomeriggio, quindi terza puntata al pub per il turno della sera. A casa stravolto, a letto, e la mattina si ricomincia.

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Squadre di regime: Astana FK

Storia di una squadra nata dal nulla in una città nata dal nulla, in mezzo alla steppa eurasiatica.

Astana, in kazako, significa banalmente “Capitale”. Ma è una di quelle parole che hanno un doppio senso involontario: oltre al significato letterale, ce n’è un altro che potremmo definire emotivo, per cui Astana significa “qualcosa che non c’è”. Ad esempio, una città che non c’è, perché qua fino al 1824 non ci avreste trovato nulla, poi è stata fondata una fortezza, che è diventata uno snodo ferroviario circondato da gulag, e solo dal 1961 è iniziata a diventare veramente una città (che comunque ha cambiato nome quattro volte nella sua breve storia). Oppure, una squadra di calcio che non c’è; o per lo meno non c’è stata fino al 2009.

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Vicenza, AEK, Slavia: gli alfieri della ENIC nella Coppa delle Coppe 1997-98

3-1 era una vittoria che pochi si aspettavano, specialmente perché ottenuta in trasferta in Ucraina, e che apriva le porte al Vicenza dei quarti di finale della Coppa delle Coppe. Ma questa non è la storia di una favola italiana che sbarca in Europa, bensì di ciò che le stava dietro; perché, in quell’ottobre del 1997, alla UEFA correva un brivido imbarazzato lungo la schiena: nel successivo turno della torneo, ci sarebbero state tre squadre legate alla stessa proprietà. Inaspettatamente, iniziava così la storia delle multiproprietà del calcio.

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Bosman, la sentenza che non cambiò il calcio

Si sente spesso dire che il calcio non è più quello di una volta, che è cambiato (in peggio) e che oggi è tutto business. Il calcio moderno, lo chiamano i tifosi, in senso sottilmente dispregiativo. E di solito si individua un momento preciso in cui tutto è cambiato: il 15 dicembre 1995, con la sentenza Bosman. Un giorno che è stato fin da subito ricoperto d’infamia, ingiustamente. Qua di seguito si vuole tentare una riflessione politica (e non emotiva) sui giorni che cambiarono veramente il calcio, mettendo da parte il grande specchietto per le allodole che è stato il caso Bosman per guardare in faccia i motivi reali del cambiamento.

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La contromaledizione di Béla Guttmann

Questa storia la conosciamo tutti: è forse la più famosa leggenda del calcio, che perseguita il Benfica da quasi sessant’anni. Nel 1962, subito dopo aver portato il club di Lisbona ad alzare la sua seconda Coppa dei Campioni, l’allenatore ungherese Béla Guttmann s’incontrò con i dirigenti e chiese un aumento di salario, che gli venne negato. I rapporti tra le parti si ruppero inaspettatamente, e Guttmann decise di licenziarsi, aggiungendo le nefaste parole: “Il Benfica non riuscirà a diventare campione d’Europa per almeno un secolo!” E così fu.

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Banksy e il calcio

È difficile, oggi, vedere un disegno su un muro e non pensare “Banksy!”. Non si sa neppure bene cosa significhi, quel nome, e ancor meno si sa cosa nasconda: Banksy è la figura più enigmatica della contemporaneità, l’artista di strada più famoso al mondo ma di cui nessuno conosce l’identità. La notorietà e il suo opposto che convivono nello stesso soggetto, e l’una alimenta costantemente l’altra.

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Tramonto danubiano

Si dice che il sogno dell’Ungheria si sia infranto prima sulle mani di Toni Turek, nell’estate del 1954, e poi contro l’acciaio dei carrarmati sovietici, nell’autunno del 1956. L’Aranycsapat, la “Squadra d’Oro” allenata da Gusztáv Sebes che aveva conquistato l’oro olimpico di Helsinki e che pareva destinata a vincere in scioltezza i Mondiali del 1954, si sfaldò in seguito alle defezioni eccellenti di Puskas, Kocsis e Czibor, e sparì dai radar del grande calcio internazionale. Poi vai a vedere bene, e le cose sono sempre un po’ più sfumate: ci fu un’altra Ungheria, meno da prime pagine ma a suo modo vincente, che riempì come poté quegli anni crepuscolari.

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Il Barcellona è davvero “più di un club”?

La scritta campeggia sulle tribune del Camp Nou, il “Nuovo Stadio” inaugurato nel 1957 a Les Corts, il distretto occidentale di Barcellona. Més que un club è il motto che incarna lo spirito del FC Barcellona, la sua vocazione a essere simbolo non solo di una città ma di un’intera regione, quella Catalogna che non si è mai del tutto sentita parte della Spagna. Questa storia la si sente ripetere spesso, ma è vera solo in parte: Més que un club, in verità, è soprattutto uno slogan promozionale, una mossa di marketing mascherata da messaggio politico.

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