Ma ve la ricordate la Superlega?

Chissà in futuro come verranno raccontati i due giorni che avrebbero dovuto cambiare il mondo (del calcio) e invece no. Chissà se verranno ricordati, soprattutto. Anche perché il fallimento della Superlega, tanto quanto la sua eventuale nascita, non ha causato alcun significativo mutamento allo stato del calcio europeo. Anzi, mai rivoluzione o controrivoluzione sono state così avare di conseguenze concrete.

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Essere Antoine Griezmann

La Francia ha sempre avuto un rapporto ambiguo, con Antoine Griezmann. Forse perché un talento così eccezionale è riuscito, non si sa come, a passare inosservato dalla ramificata struttura del calcio giovanile transalpino, finendo a vivere da esule oltre confine fin da quand’era un ragazzino. È un francese strano, Griezmann, spesso frainteso (come d’altronde pare essere sempre stato frainteso al Barcellona, dove gioca, senza per la verità il successo sperato, dal 2019).

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Kosovo: giochiamo, quindi siamo

La sera del 22 giugno 2018, a Kalinigrad si sfiora una crisi diplomatica: la Serbia va in vantaggio, ma poi viene rimontata e sconfitta dalla Svizzera, con gol di Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri. Festeggiando i loro gol, i due svizzeri fanno un gesto unendo le mani a imitare la forma di un’aquila, e i serbi capiscono subito che si tratta di una provocazione contro di loro, contro tutto il loro paese. Xhaka e Shaqiri sono svizzeri, ma origine kosovara, la terra contesa tra albanesi e serbi e che a fine anni Novanta fu teatro di una guerra sanguinosa.

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Matateu, l’ottava meraviglia

“Gli uomini neri come me / non chiedono di nascere / né di cantare. / Ma nascono e cantano / perché la nostra voce è la voce incorruttibile / dei momenti di angoscia senza voce / e dei passi trascinati nelle vecchie fattorie.”

José Craveirinha
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La Grande Serie A era una truffa

Che fine ha fatto la bella Serie A di una volta?, si chiede ogni tanto qualche nostalgico. Persiste ancora, nel nostro calcio, il ricordo mitico di quel periodo tra gli anni Novanta e i primi Duemila in cui il campionato annoverava i migliori calciatori del mondo e le squadre più competitive e vincenti d’Europa, prima che la crisi ci trascinasse nel purgatorio degli ultimi tempi. Crisi deriva da un termine greco, krisis, che significa “scelta, decisione”: la crisi è la diretta conseguenza di una decisione – degli eccessi dell’epoca d’oro – è il suo doposbornia.

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Il cameriere e lo Slavia

Jindřich Trpišovsky è uno degli allenatori di culto di questi anni, grazie ai risultati del suo Slavia Praga. Calcio proletario e di periferia, all’inseguimento del centro.

La vita di Jindřich Trpišovský segue uno schema ben preciso: sveglia alle 7, per le 8 è davanti al pub, apre le porte e inizia a servire i clienti del mattino, che siccome siamo in un quartiere molto lontano dalla Praga che tutti conoscono sono sempre gli stessi; alle dieci arriva la collega a dargli il cambio e lui corre al campo sportivo per dirigere l’allenamento; poi c’è la pausa pranzo, che significa che deve tornare al locale a guadagnarsi la giornata; alle cinque di nuovo al campo, per l’allenamento del pomeriggio, quindi terza puntata al pub per il turno della sera. A casa stravolto, a letto, e la mattina si ricomincia.

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Squadre di regime: Astana FK

Storia di una squadra nata dal nulla in una città nata dal nulla, in mezzo alla steppa eurasiatica.

Astana, in kazako, significa banalmente “Capitale”. Ma è una di quelle parole che hanno un doppio senso involontario: oltre al significato letterale, ce n’è un altro che potremmo definire emotivo, per cui Astana significa “qualcosa che non c’è”. Ad esempio, una città che non c’è, perché qua fino al 1824 non ci avreste trovato nulla, poi è stata fondata una fortezza, che è diventata uno snodo ferroviario circondato da gulag, e solo dal 1961 è iniziata a diventare veramente una città (che comunque ha cambiato nome quattro volte nella sua breve storia). Oppure, una squadra di calcio che non c’è; o per lo meno non c’è stata fino al 2009.

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Vicenza, AEK, Slavia: gli alfieri della ENIC nella Coppa delle Coppe 1997-98

3-1 era una vittoria che pochi si aspettavano, specialmente perché ottenuta in trasferta in Ucraina, e che apriva le porte al Vicenza dei quarti di finale della Coppa delle Coppe. Ma questa non è la storia di una favola italiana che sbarca in Europa, bensì di ciò che le stava dietro; perché, in quell’ottobre del 1997, alla UEFA correva un brivido imbarazzato lungo la schiena: nel successivo turno della torneo, ci sarebbero state tre squadre legate alla stessa proprietà. Inaspettatamente, iniziava così la storia delle multiproprietà del calcio.

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Bosman, la sentenza che non cambiò il calcio

Si sente spesso dire che il calcio non è più quello di una volta, che è cambiato (in peggio) e che oggi è tutto business. Il calcio moderno, lo chiamano i tifosi, in senso sottilmente dispregiativo. E di solito si individua un momento preciso in cui tutto è cambiato: il 15 dicembre 1995, con la sentenza Bosman. Un giorno che è stato fin da subito ricoperto d’infamia, ingiustamente. Qua di seguito si vuole tentare una riflessione politica (e non emotiva) sui giorni che cambiarono veramente il calcio, mettendo da parte il grande specchietto per le allodole che è stato il caso Bosman per guardare in faccia i motivi reali del cambiamento.

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