Sparwasser oltre Sparwasser

Jürgen Sparwasser è un nome che travalica se stesso. Travalica il suo curriculum e, a ben vedere, travalica perfino quello stesso gol che lo ha reso famoso – uno tra quattordici segnati in nazionale, e tra oltre un centinaio in carriera. Sparwasser è un mito, per un’intera generazione, è stato l’incarnazione del Davide comunista che batteva il Golia capitalista: l’autore del gol con cui la Germania Est sconfiggeva la Germania Ovest nella sua prima (e unica, avremmo scoperto poi) partecipazione ai Mondiali. In quel momento, davanti a un pallone che rotolava in rete alle spalle di Sepp Maier, il trionfo del socialismo sembrava più concreto che mai. Mito, però, deriva dal greco mŷthos, che significa “narrazione, favola”, e lascia intendere che ci sia poco di vero, sotto di esso.

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Il Panathinaikos, i colonnelli e la finale di Coppa dei Campioni

Gli jugoslavi lasciavano il campo coi volti cupi, ancora chiedendosi cosa fosse successo. La Stella Rossa era uno squadrone, tra i pali vantava uno come Ratomir Dujković, a centrocampo Jovan Aćimović, in attacco il veterano Stevan Ostojić accanto all’astro nascente Zoran Filipović, in panchina il maestro Miljan Miljanić. Quella semifinale doveva essere una pura formalità, contro una squadra sconosciuta, il Panathinaikos di Atene, che infatti era stato regolato a Belgrado per 4-1. Ma in Grecia la Stella Rossa era inspiegabilmente franata, perdendo 3-0, travolta da un incontenibile centravanti di nome Antōnīs Antōniadīs, signor Nessuno fino a pochi mesi prima e ora capocannoniere della Coppa dei Campioni con 10 reti: erano otto anni, dai tempi di José Altafini nel 1963, che un giocatore non segnava così tanti gol nella competizione. Un ulteriore motivo di vanto, in un paese stretto nella morsa di una feroce dittatura fascista, che aveva avuto la meglio sui rivali balcanici comunisti.

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Il calcio nei bairros portoghesi di Rafael Leão

Almada guarda in faccia Lisbona, dall’altro lato del Tago; alle sue spalle, scendendo nell’entroterra verso sud, sulla strada per Setúbal, si entra nei quartieri più periferici e poveri della capitale portoghese: Jamaica, Princesa, Cucena, i bairros della zona di Seixal, dove peraltro sorge l’importante scuola calcio del Benfica. Quartieri molto popolosi, a forte immigrazione, spesso degradati, che sono alcune delle zone socialmente più problematiche del Portogallo. È questo lo scenario che ha dato i natali a Rafael Alexandre da Conceição Leão, nato proprio ad Almada nel 1999 ma cresciuto di fatto a Jamaica, e che oggi gioca come attaccante nel Milan.

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L’avventura europea della squadra di Solidarność

Quella dei sedicesimi di finale della Coppa delle Coppe 1983-84 era una sfida che fin dal sorteggio si sapeva avrebbe avuto poco da dire: da un lato la Juventus, la corazzata allenata da Giovanni Trapattoni che solo pochi mesi prima aveva giocato la finale della Coppa dei Campioni; dall’altro lo sconosciuto Lechia Gdańsk, una sorta di favola sportiva in salsa polacca che aveva da poco ottenuto la promozione in seconda divisione. A riprova di ciò, l’andata a Torino si era conclusa con un perentorio 7-0 e, dopo soli 17 minuti dal fischio d’inizio della gara di ritorno, Beniamino Vignola aveva portato ulterormente avanti i bianconeri. Ma nell’intervallo, mentre le squadre stavano negli spogliatoi, un coro iniziò a levarsi dal pubblico di casa; “Ci fece venire i brividi – dirà il giovane allenatore dei polacchi Jerzy Jastrzębowski – L’intero stadio stava gridando Solidarność“. Non abbastanza per cambiare il corso della sfida, ma sufficiente forse per quello della Storia.

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Non c’è mai stato nulla di divertente in Massimo Ferrero

Bene o male, il mondo dei media italiani sembra essersi accorto che Massimo Ferrero è un delinquente. Alla buon’ora, verrebbe da dire. L’arresto avvenuto in settimana ha costretto tutti a parlare degli affari sporchi del proprietario della Sampdoria, imprenditore immerso nei debiti e già accusato di sottrarre soldi alle casse del club per coprire le perdite delle sue altre aziende. Verrebbe da chiedersi perché non ce ne si è resi conto prima, visto che letteralmente lo stesso giorno in cui acquistava la Samp (12 giugno 2014) patteggiava un anno e dieci mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta. In questi setti anni nel calcio, che lo hanno portato da un relativo anonimato alla ribalta nazionale, è stato coccolato acriticamente dalla stampa e dalle televisioni, bisognosi delle sue bizzarre trovate necessarie a catalizzare l’attenzione del pubblico.

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Il Sassuolo e la favola di Confindustria

“Favola” è il termine che più si sprecava sulle pagine dei giornali, nel giugno 2013, quando il Sassuolo – club di una cittadina industriale di 40.000 abitanti nei dintorni di Modena – conquistava per la prima volta nella storia la Serie A. Solo sette anni prima stava in Serie C2, nel 1998 giocava tra i dilettanti, e adesso era uno dei progetti sportivi più interessanti d’Italia; per qualcuno si tratta del corrispettivo locale del RB Lipsia, ma quando il Sassuolo arrivava nella massima serie italiana la squadra della Red Bull otteneva solo la promozione nella terza divisione tedesca. I punti di contatto però non mancano, ad esempio entrambe le società sono in mano a importanti imprenditori di livello internazionale. Solo che forse sarebbe il Lipsia a essere il Sassuolo di Germania.

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La radicalizzazione di Matt Le Tissier

Pochi giocatori hanno incarnato il calcio inglese degli anni Novanta quanto Matthew Le Tissier, o Matt Le God, fenomenale giocoliere dal fisico totalmente sgraziato, per 16 anni simbolo del Southampton. Nell’epoca in cui sorgeva la Premier League, un campionato zeppo di stelle internazionali e allenatori rivoluzionari, Le Tissier tenne l’Inghilterra ancorata a una tradizione di iconici campioni di provincia, capaci di stabilire record su record senza vincere un trofeo e vestendo la maglia della Nazionale solo per delle comparsate. Una delle più sincere figure romantiche del calcio contemporaneo, al punto che non si vorrebbe credere che sia la stessa persona che oggi vaneggia sui social di complotti e altre baggianate destrorse.

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Gudmundsson, l’islandese del Milan che voleva essere Presidente

Nel 1975, il mondo si ritrovò quasi inconsapevolmente sull’orlo di una grave crisi politica originata in un remoto angolo del Nord Europa: l’Islanda contestava al Regno Unito lo sfruttamento di zone di pesca nel Mare del Nord che riteneva spettassero a lei. La faccenda poteva sembrare cosa di poco conto, se non fosse che il governo islandese minacciava di chiudere la base militare di Keflavík, ritenuta dalla NATO un risorsa fondamentale in caso di una guerra contro l’Unione Sovietica. Tra i membri della maggioranza parlamentare che sostenevano la radicale azione islandese c’era anche il 51enne Albert Guðmundsson, deputato eletto per i liberali del Partito dell’Indipendenza (il Sjálfstæðisflokkurinn) e una delle persone più famose del paese: era stato infatti il più grande calciatore della storia islandese.

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Come la Lazio è diventata la squadra dei fascisti

Il 6 gennaio 2005, Paolo Di Canio celebrava la vittoria della sua Lazio nel derby contro la Roma salutando la curva con il braccio teso. Il gesto era quello del cosiddetto saluto romano (che di romano non ha assolutamente nulla, ma questa sarebbe un’altra storia), segno identificativo dell’estrema destra italiana fin dagli anni Venti. Nonostante il coro di polemiche che seguì quel gesto, nessuno si sorprese veramente, nemmeno quando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi lo difese dicendo: “Non è fascista, lo fa solo per i tifosi”. La Lazio, infatti, è storicamente considerata la squadra fascista per eccellenza.

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