L’indiano

L’indiano era sulla strada di casa. L’inverno del 1912 era particolarmente freddo, in quell’angolo estremo del Canada sud-occidentale, ma lui ormai ci era abituato. Era abituato anche alla lunga strada da fare per raggiungere la città dei bianchi fin dalla riserva posta a lato del fiume, nella poca terra che era stata lasciata loro. L’indipendenza assomigliava tanto alla ghettizzazione, pensava: nella riserva si potevano governare da soli, ma non avevano niente. Non avevano nemmeno le medicine che servivano a suo figlio malato, e così l’indiano si era dovuto mettere in cammino verso Nord, fino a a Nanaimo – un nome e una terra da tempo usurpati alla sua gente. Al ritorno, aveva incrociato un treno che portava carbone verso Sud, e aveva deciso di balzarci sopra, perché quello era l’unico mezzo di trasporto che uno come lui potesse permettersi. Era freddo, l’inverno del 1912, umido di pioggia e nevischio. L’indiano corse, saltò, scivolò, cadde, e venne travolto e maciullato dal treno, che filò via, indifferente. Il giorno dopo, straordinariamente la sua morte era sulla stampa locale, fatto più unico che raro per un indiano: moriva così Xulsimalt, che i bianchi chiamavano Harry Manson, il calciatore più forte della Columbia Britannica.

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La stella mancata del calcio canadese

Dalla bandierina del calcio d’angolo si alzò un pallone gentile. Igor Vrablic scelse il tempo giusto, anticipò la difesa, staccò e di testa la spedì verso l’angolino alto della porta. Gol allo scadere: la sirena richiamava tutti i giocatori all’interno delle proprie celle. Il tizio che aveva fatto l’assist gli venne incontro e gli disse: “Però! Sei bravo, te!”. Certo che era bravo, Igor. “Un gol così – replicò – lo avevo fatto all’Honduras, nel 1985. Andammo a giocare i Mondiali, con quel gol, lo sai?”

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