JuventURSS

L’agosto di Torino non era decisamente come quello di Minsk, ma valeva bene una visita, soprattutto se per motivi di lavoro: la pensava così Sergej Alejnikov, centrocampista di 27 anni che stava concludendo un clamoroso trasferimento dall’Unione Sovietica al calcio europeo, firmando con la Juventus. Il suo primo contratto professionistico in carriera, visto che oltre la cortina di ferro gli atleti erano tutti formalmente dilettanti. Si respirava un’aria frizzante e ironica: la Juventus, la squadra simbolo del capitalismo italiano targata Agnelli, stava finendo nelle mani dei proletari socialisti? L’anno prima, i bianconeri si erano assicurati per 7 miliardi di lire il fuoriclasse della Dinamo Kiev Aleksandr Zavarov, ma l’ambientazione del campione era stata difficile, così Boniperti aveva deciso di affiancargli un connazionale: avevano trattato Oleg Protasov, che lo aveva sostituito a Kiev, e Aleksej Michajličenko, ma alla fine avevano ripiegato sul meno noto (e costoso) Alejnikov.

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Il ragazzo di Casablanca

Casablanca si adagiava placidamente sull’oceano, e si lasciava attraversare da una fresca brezza, che le scorreva tra le strade come il sangue nelle arterie. Gli edifici color calce a cui doveva il suo nome s’immergevano in un ribollire di colori e forme figli della Storia, che parlavano arabo, portoghese, spagnolo, italiano, inglese e francese. Soldati senegalesi pattugliavano loro malgrado le strade a caccia di spie e contrabbandieri, nel disperato tentativo di “proteggere la neutralità” del regime di Petain – e cioè supportare la Germania nazista – mentre la maggior parte della popolazione, fatta di operai provenienti da tutto il mondo, sosteneva i ribelli di De Gaulle e attendeva trepidante l’invasione degli Alleati. Lì, in uno scenario che aveva già ispirato un film di Hollywood, si aggirava un giovane e impaziente calciatore, Larbi Ben Barek.

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Herrera, il mago anarchico

Non sapremo mai se lui avvertisse una qualche contraddizione, anche solo un piccolo fastidio, sapendo che stava per andare a lavorare per uno dei più ricchi imprenditori italiani. Possiamo immaginare che avesse ormai da tempo imparato a separare l’esigenza di una carriera felice e di successo dal suo retroterra politico, che infatti rimase sempre piuttosto segreto. Nell’estate del 1960, Helenio Herrera Gavilán atterrava a Milano per andare ad allenare l’Inter, apprestandosi a dare vita a una delle più grandi squadre di tutti i tempi. Sarebbe stata una strada lunga e tortuosa, che l’avrebbe costretto a rivedere molti dei suoi principi di gioco, ma ormai il Mago aveva imparato che la vita è fatta di compromessi. Non male, comunque, per il figlio di un immigrato anarchico in esilio in un altro continente.

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Viva La Paz!

Su quella palla tutto sommato facile, Angelo Franzosi combinò uno di quei pasticci da infarto sugli spalti, inciampando poi addosso all’avversario Dante Di Benedetti. Il pallone rimbalzò via dalla presa del portiere dell’Inter, dritto tra i piedi di Roberto Luis La Paz, che con un pronto riflesso infilò la sfera nella rete. Poteva essere il gol più importante della sua non certo prolifica stagione: il Napoli saliva a 31 punti a due giornate dalla fine, avvicinandosi alla salvezza e inguaiando i nerazzurri. Ma l’arbitro fischiò: fallo di Di Benedetti su Franzosi, rete annullata. Nel secondo tempo, Lorenzi portava in vantaggio l’Inter e sanciva il dramma partenopeo. A fine stagione, il gol dell’istrionico La Paz sarebbe stato innalzato a casus belli: una rete regolare, che se fosse stata assegnata avrebbe garantito ai campani la permanenza in Serie A. In realtà, sarebbero intervenute altre vicende extra-sportive a segnare il destino del Napoli e, come conseguenza, di quel La Paz che stava concludendo la sua fugace esperienza nel grande calcio.

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L’indiano

L’indiano era sulla strada di casa. L’inverno del 1912 era particolarmente freddo, in quell’angolo estremo del Canada sud-occidentale, ma lui ormai ci era abituato. Era abituato anche alla lunga strada da fare per raggiungere la città dei bianchi fin dalla riserva posta a lato del fiume, nella poca terra che era stata lasciata loro. L’indipendenza assomigliava tanto alla ghettizzazione, pensava: nella riserva si potevano governare da soli, ma non avevano niente. Non avevano nemmeno le medicine che servivano a suo figlio malato, e così l’indiano si era dovuto mettere in cammino verso Nord, fino a a Nanaimo – un nome e una terra da tempo usurpati alla sua gente. Al ritorno, aveva incrociato un treno che portava carbone verso Sud, e aveva deciso di balzarci sopra, perché quello era l’unico mezzo di trasporto che uno come lui potesse permettersi. Era freddo, l’inverno del 1912, umido di pioggia e nevischio. L’indiano corse, saltò, scivolò, cadde, e venne travolto e maciullato dal treno, che filò via, indifferente. Il giorno dopo, straordinariamente la sua morte era sulla stampa locale, fatto più unico che raro per un indiano: moriva così Xulsimalt, che i bianchi chiamavano Harry Manson, il calciatore più forte della Columbia Britannica.

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Lo chiamavano Mágico

Jorge Alberto González è un’infilata di nomi standard spagnoli tra le più classiche e ricorrenti possibile, che uno che si ritrova maledetto da questo nome non ha che da compiere imprese straordinarie per sfuggire alla condanna all’anonimato. Quel tipo di imprese che ti valgono un nome di battaglia destinato a diventare iconico: Mágico. E d’altronde la vita sportiva di Mágico González, sebbene si sia svolta in un’epoca a noi molto recente, si è presto ammantata dei contorni della leggenda, rimbalzando di blog in blog, immersa nel romanticismo sempre più radicale dello stoytelling calcistico dell’epoca di internet. L’attaccante geniale, sbucato dal nulla e fondamentalmente mai del tutto uscitoci – l’apice della sua carriera sono gli anni trascorso al Cádiz, a lottare nei bassifondi della prima divisione spagnola – che lo stesso Maradona riteneva migliore di sé. Idolo perfetto, non c’è che dire.

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Il ritorno di Benzema

Alla fine, c’era anche il suo nome. Dopo sei lunghissimi anni, che peraltro erano stati tra i migliori della sua carriera, soprattutto dopo che Ronaldo aveva lasciato le sorti dell’attacco del Real Madrid nei suoi piedi. Karim Benzema tornava a vestire la maglia della Nazionale, in tempo per arrivare pronto agli Europei che la Francia affrontava da detentrice del titolo mondiale, vinto senza di lui e con il molto meno clamoroso Olivier Giroud in avanti. Tripudio? Sì, ma non per tutti. Perché in quei sei anni Benzema era diventato, forse pure senza volerlo e senza accorgersene, un argomento politico. “Benzema rappresenta un’immagine nefasta per la maglia bleu“: non lo diceva uno qualsiasi, ma Robert Ménard, uno che nel 1985 è stato co-fondatore di Reporters Sans Frontières e poi, nel 2014, era stato eletto sindaco di Béziers, in Occitania, con l’estrema destra.

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Czeizler e il calcio totale alla svedese

L’arrivo di quel signore ungherese a Norrköping doveva essere percepito come uno strano evento: quella era una cittadina industriale dell’entroterra svedese, lungo la strada che collega Malmö a Stoccolma, luogo di gente che lavorava sodo in cui calcio non aveva mai raccolto grandi fortune. Non erano state infatti le circostanze sportive a condurre fin lassù Lajos Czeizler, ma quelle politiche: i venti di guerra e della discriminazione razziale lo avevano costretto a lasciare l’Italia già nel 1935, e poco dopo era sbarcato in Svezia. Il paese scandinavo era diventato, nei primi anni di conflitto, terra di rifugio di tanti esuli in fuga dall’avanzata nazista e dalle persecuzioni antisemite, grazie all’equilibrismo del governo di Per Albin Hansson, che aveva consentito di mantenere neutrale il paese.

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Il comandante Ramiro, il calciatore che divenne guerrigliero

Il professor Jaime Jorge Guzmán uscì dall’Universidad Católica di Santiago e incontrò la propria morte, sotto i proiettili di due giovani sbucati all’improvviso. Il suo nome era da tempo sulla lista del Frente Patriótico Manuel Rodríguez, un’organizzazione di guerriglia marxista-leninista che era stata tra le protagoniste dell’opposizione al regime di Augusto Pinochet, che aveva già provato ad assassinare nel 1986. Nonostante ora, cinque anni dopo, il Cile stava vivendo la transizione alla democrazia, Guzmán era ancora considerato un bersaglio, per il prezioso supporto che aveva dato alla dittatura a livello politico e giuridico. L’uomo che aveva pianificato l’attentato era noto come comandante Ramiro, aveva 33 anni, e in gioventù era stato un promettente calciatore, prima di imbracciare il fucile.

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